From Mens Sana

Spazio di approfondimento dedicato alla Mens Sana 1871

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E ora tirate giù gli stendardi

A chiunque chiederete vi risponderà che era caldo. È la prima cosa che viene in mente ripensando a quella serata. Il PalaTiziano. La tensione. L’umido. Calvani che esplode. Luca Banchi in lacrime in conferenza stampa.

Ecco, tutto questo non è mai successo. Un’allucinazione collettiva la potremo chiamare, a volte il caldo lo fa. Non è mai successo perché così ha deciso la procura federale, come non c’è mai stato l’abbraccio tra Stonerook e Pianigiani a bordo campo dopo l’ultimo scudetto vinto assieme. Anche quel giorno doveva essere caldo, un’altra allucinazione.

Stato morboso in cui ciò che è pura immaginazione viene percepito come realtà”, questa è la definizione che di solito viene data al termine allucinazione. E in effetti c’era molto di immaginifico nella storia della piccola provincia alla conquista dell’Italia e dell’Europa, l’esempio societario senza macchia e senza paura tutto costruito sulla serietà professionale. C’era anche altro dietro. Lo sappiamo adesso. Una parte di noi l’ha sempre saputo. Fa comunque rabbia, perché non si può andare dalle persone a reclamare indietro emozioni che hanno vissuto sulla propria pelle, lasciandogli solo l’amarezza di un sentimento inquinato.

Non è mai successo
Non è mai successo

Forse è tutto meritato, forse un po’ ce la siamo cercata. Ce la siamo cercata quando abbiamo sistematicamente chiuso gli occhi davanti a un sistema che stava soffocando la nostra città. Ce la siamo cercata quando per guardare al nostro piccolo orticello felice non abbiamo visto la tempesta che avevamo alle spalle. Ce la siamo cercata quando abbiamo rinunciato anche a quell’ultimo briciolo di orgoglio che ci rimaneva, lasciando che la nostra città fosse sistematicamente sciacallata da media, mezzi di informazione e affini, tutti a caccia della perfetta metafora sul mondo ideale che cadeva a pezzi. Perché sorprendersi se nessuno riesce a difendere in un tribunale la Mens Sana quando nessuno è stato in grado di difendere Siena negli ultimi cinque anni? Dov’è la novità?

Siamo tutti campioni nello scaricarci di dosso le colpe. “Non sapevo…”, “Eh ma se avessero rubato meno…”, “Si però quanto ho goduto in quegli anni…”. Sono gli stessi schemi mentali che hanno permesso a certa gente di cavalcare per anni, decenni, un’onda fatta di potere, soldi, politica. La mentalità del “mi giro dall’altra parte finché mi lasciate contento, poi fate voi” ha fatto più danni della grandine nel passato remoto, nel passato recente e di questo passo continuerà a farlo ancora a lungo. È lo stesso motivo per cui la Mens Sana ha rischiato il fallimento una seconda volta e comunque pare non esserci bastata. Non passerà mai, almeno fino a quando non avremo il coraggio di ribaltarla questa città; scuoterla dalle fondamenta fino a buttare fuori tutto quello che continua a incancrenirla, a cominciare da una politica che tuttora vuole entrare in ogni singolo centro di potere, per poter mettere bocca. Credevamo di dover toccare il fondo per risalire, e ci ritroviamo a scavare.

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Non è mai successo

Mi dite che volete revocarli quei due scudetti, io vi dico che sono disposto a barattarli. Sono disposto a barattarli per un minimo d’integrità morale, per vedere com’è fatta, almeno una volta. Li cedo volentieri in cambio di un po’ di sana, vera, autentica autocritica di questa città. Non di quella che si nasconde dietro alle colpe degli altri, ma quell’autocritica che vuole guardarsi allo specchio fino a quando vedi cose che non ti piacciono e trovi la forza di affrontarle. Li cedo volentieri per un movimento del basket autenticamente più sano, in cui certi personaggi che per anni hanno fatto finita di non vedere nulla di ciò che era palese spariscano una volta per tutte. In cui per la prima volta dopo tanti anni vinca il più forte, non il più furbo.

Se in cambio mi date tutto questo io lo accetto, tirateli giù quegli stendardi.

Altrimenti no, è solo ipocrisia. E io altra ipocrisia non la reggo più.

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Cyborg

Vorrei poter rubare il suo approccio al basket. Che sia una partita, un allenamento, un semplice shootaround, Rimas viene giù sempre per dare il 100%, con un atteggiamento semplicemente meraviglioso. Se avessi questo approccio sarei due volte il giocatore che sono ora”.

Joseph Forte, 2007

Vi siete mai fermati a chiedervi come mai seguite uno sport?

Se ci pensate bene chi ve lo fa fare? Spesso si tratta di spendere soldi, investire tempo ed energie, sviluppare malumori, frustrazioni, rabbia, tristezza, disperazione. Guardiamoci in faccia, quasi sempre c’è più da perderci che da guadagnarci, e lo sappiamo benissimo.

Allora perché lo facciamo?

Non posso parlare a nome di tutti, posso parlare solo per me. Io lo faccio per le storie. Sono convinto che spesso e volentieri lo sport ci regali storie meravigliose, in grado di emozionare come poche altre cose. Credo sia per come le gesta sportive riescano a ricalcare la vita, le sue difficoltà, le sue gioie e i suoi dolori.

Da questo punto di vista la carriera di Kaukenas è stata una perla rara. Una di quelle esperienze da conservare e tramandare, come insegnamento di cosa può fare un uomo, se accompagnato dalla giusta motivazione.

Forse voglio giocare anche di più, perché ho fame, mi godo entrare in campo, allenarmi, restare dopo l’allenamento, fare extra tiri, fare tutto con la squadra… scherzare… tutto. Mi mancava tanto… Non so quanto questo mi dia soddisfazione, ma giocare mi brucia dentro”.

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Eppure a vederlo non si direbbe. Kaukenas non ha mai avuto il classico aspetto della persona destinata a lasciare un segno nel prossimo. Con quell’aria rigida, austera, quell’acconciatura che nel corso di più di un decennio è sempre rimasta uguale, senza mai nemmeno una volta un capello fuori posto, come se fossero tutti un’estensione metallica del corpo. In realtà Rimas è sempre stato molto differente da come appariva. Faceva parte di quella classe lituana che non aveva quasi nulla a che vedere con quella che l’aveva preceduta. Invece di essere un freddo calcolatore, come gli stereotipi avrebbero voluto, lui in campo si agitava, urlava, si esaltava e disperava. Un po’ come Jasikevicius, suo compagno in Nazionale, stesso incubo per chi gli passava vicino. Viveva la partita, la pallacanestro in generale, come una guerra personale. Contro tutti. Contro gli avversari, contro gli arbitri, contro gli stessi compagni di squadra quando non rispettavano le sue aspettative.

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“Mi brucia dentro”

Ammettiamolo: Rimas in campo era un rompicoglioni.

E allora come mai ci siamo tutti così affezionati a lui? Non è per i punti (sempre tanti comunque, in ogni stagione), né per le vittorie raggiunte insieme.

È perché è caduto.

Ossessione

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Spero veramente che i nostri figli imparino ad apprezzare le cose, apprezzare i valori della famiglia, ed anche le cose materiali. Che crescano nel rispetto della loro famiglia, che capiscano che questa è la cosa più importante e che un giorno magari, guardando indietro, possano dire grazie ai genitori per aver imparato come apprezzare i veri valori della vita”.

Come tanti della sua generazione Kaukenas ha sempre saputo dare la giusta importanza a ciò che aveva raggiunto nella vita. Succede quando da piccolo sei costretto a fare due ore e mezzo nella neve per andare ad allenarti a Vilnius, coi militari asserragliati nella capitale. “Il basket era l’unico modo per sentirsi vivi”.

Sono innumerevoli i giocatori per cui il basket ha rappresentato un’ancora di salvezza, ma per pochissimi ha assunto i contorni di un’esperienza così totalizzante come per Rimas. “Ho iniziato a giocare quando avevo 6-7 anni, mio fratello aveva iniziato prima. Non so per quanti anni ho provato a vincere contro di lui in uno contro uno, ci sono riuscito solo a dodici anni. Nel frattempo però andavo agli allenamenti come se fossero la cosa più bella per me. È sempre stato così. La cosa più bella nella vita, non guardavo la televisione, non andavo in giro, il basket era tutto”.

Si vive e si muore sul campo da basket. Tutto per una vittoria in più e una sconfitta in meno. È così che si spiega come un 39enne che in carriera ha vinto quasi tutto si ritrovi in lacrime per una finale persa a gara 7. Come abbia trovato per così tanto tempo le motivazioni per andare avanti, nonostante un fisico che aveva chiesto dazio più e più volte.

Un professionista incredibile che si è votato alla causa e che dalla causa ha ricevuto innumerevoli soddisfazioni, questo era Kaukenas. Ma era anche altro, lo è diventato senza volerlo.

Perchè quando è caduto per la prima volta siamo entrati tutti in empatia con quel giocatore che sembrava una macchina inarrestabile, quasi un generatore automatico di punti. Rimas cadde e in quella caduta c’era così tanto delle vite di tutti. La disperazione, le lacrime, la paura. Ma anche la determinazione, la consapevolezza che con la giusta forza di volontà tutto è possibile. E quando contro ogni pronostico lo rivedemmo di nuovo in campo non fu la sua impresa, fu l’impresa di tutti.

La pulizia tecnica. La perfezione. La bellezza. Chiamatela come volete...
La pulizia tecnica. La perfezione. La bellezza. Chiamatela come volete…

Poi, quando tutto sembrava perfetto, cadde di nuovo. E questa volta fece ancora più male, ancora più paura. Perché la vita è così, ti spinge a terra e ti tiene lì se glielo permetti.

Fu molto più difficile, c’erano dettagli che solo i dottori possono spiegare… E poi mio padre non stava bene… andavo in Lituania a vederlo… E alla fine… Non parliamo di questo… Ma non era facile. Soprattutto quando devi essere sempre forte, non puoi mostrare alla tua famiglia… a tua madre… di essere debole. Devi essere forte, dimostrare che è tutto ok…

Ancora una volta eravamo lì a soffrire con lui, che si auto esiliava alla porta degli spogliatoi durante le partite, come se non riuscisse nemmeno a sopportare la vicinanza al campo se non poteva esserne il protagonista.

Resto lì perché per il mio ginocchio è più sicuro e poi alla fine quando quattro anni fa ho iniziato a fare così la squadra vinceva e allora non voglio cambiare approccio. Sto dietro al vetro, la squadra vince… Va bene così”.

Siamo stati testimoni di due imprese incredibili, due imprese che ci hanno lasciato un segno addosso. Lo so bene che anche voi ogni volta che Rimas subiva un contatto e finiva a terra sentivate una morsa allo stomaco. So anche che quando ha annunciato il suo ritiro, pochi giorni fa, avete provato quella tristezza che accompagna l’addio di un amico, la fine di un’era.

Golden State non ha inventato nulla
Golden State non ha inventato nulla

Proprio perché sembrava così invulnerabile e perfetto le sue cadute lo hanno reso qualcosa di più di un ‘semplice’ campione. Lo hanno reso parte delle nostre vite.

Per questo, e molto altro, grazie Rimas.

Alla prossima.

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Verso Imola, consideriamo il Triangolo

Infine arrivarono i playoff. Chi l’avrebbe detto qualche mese fa eh?

Reduce da alti e bassi leggermente inquietanti la Mens Sana si prepara alla sfida contro Imola consapevole del fatto che ha poco, se non nulla, da perdere. Più che altro ha solo da guadagnare nel provare a dare tutto in queste partite (non solo per l’aspetto morale, anche il cash di qualche incasso non dispiacerebbe).

L’accoppiamento con Imola è particolarmente interessante perché, come anticipato da Mecacci sul Corriere di Siena, è una sfida tra squadre che giocano una bella pallacanestro. Ma è anche vero che il loro livello di gioco lo hanno raggiunto attraverso percorsi differenti: da una parte la Mens Sana ha puntato fin da inizio anno sulla crescita dei singoli, arrivando a costruirsi un gioco corale in grado di esaltare i punti forti nascondendo i (tanti) deboli. Dall’altra Imola, come ogni squadra di coach Ticchi che si rispetti, ha implementato la Triple Post Offense costruendo le proprie fortune su quella.

È proprio su quest’aspetto che giocoforza ruotano le attenzioni quando si parla di Imola.

Il triangolo nostrale

Giampiero Ticchi è da sempre considerato il profeta italiano della Triple Post Offense, o Sideline Triangle o Triangolo che dir si voglia. Chiunque abbia una pur minima infarinatura o conoscenza di basket ha sentito almeno una volta parlare di questa tipologia di attacco, più che altro per i successi che Phil Jackson ha costruito su di essa: si basa su un perfetto controllo delle spaziature in campo e sulle letture dei giocatori in grado di creare costantemente un pericolo nella metà campo offensiva.

Non voglio né sono in grado di fare un pippone sulla triangolo, ma è importante avere in mente alcuni aspetti chiave perché li rivedremo nella sfida contro Imola.

  • I compiti di regia sono distribuiti tra tutti i giocatori: in questo modo la difesa ha vita difficile nel trovare punti di riferimento.
  • L’importanza dell’uomo d’area: un giocatore in grado di ricevere palla in post basso e da lì “vedere” tutto il campo e riaprire per i compagni. Quello che per i Bulls di Jordan era Horace Grant o Pippen, per i Lakers di Kobe era prima Shaq e poi Gasol e che per Imola è Maggioli (ti voglio bene Michele, ma accanto agli altri nomi l’effetto è un po’ quello delle unghie sulla lavagna…).
  • Passare la palla: è un fondamentale che vale per tutti gli attacchi, ma nella Triangolo viene elevato ancora di più. Senza il passaggio la Triangolo è sostanzialmente “quattro bischeri che tagliano a caso e uno che palleggia”.
  • Pericolo costante: tutti i giocatori devono essere sempre pericolosi (sempre in posizione di tripla minaccia) e soprattutto in movimento costante, imparando il timing perfetto per i tagli.
  • Il segreto di Pulcinella: se faccio la Triangolo con cinque brodi il risultato non sarà tanto differente al virgolettato di cui al punto precedente. Per un attacco del genere ci vuole un alto QI cestistico, visione di gioco e abilità di passaggio. Aspetti difficili da trovare tutti assieme in Nba, figuriamoci in Italia…

(Per chi volesse approfondire ci sono questi due video di coach Nick e questo bell’articolo di David Breschi, aka Ciombe, in cui sostiene quanto ormai sia un sistema di gioco superato).

Come viene assimilato tutto questo da Imola? Vediamolo.

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Questo è uno degli schemi base che Ticchi usa da sempre, addirittura se sfogliate le sue dispense sul sito Fip è il primo che viene illustrato. Un blocco cieco di Maggioli per l’uomo che va nell’angolo opposto, seguito da un blocco sulla palla che porta il palleggiatore nel cuore dell’area. Quello che salta agli occhi non è tanto la conclusione finale (comunque presa con molto spazio) ma il “volume di gioco” creato dalla squadra anche e soprattutto lontano dalla palla.

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Toccherà correre in difesa…

Quando parlavo di letture mi riferivo invece a cose come questa. La Triangolo lascia una dose importante di libertà al singolo, che quindi deve essere in grado di capire cosa succede in campo in una frazione di secondo e scegliere sempre l’opzione migliore tra le tante che il sistema gli fornisce. Di solito a questo livello sei incredibilmente fortunato se trovi un giocatore in grado di fare queste cose, per la Triangolo ne servirebbero cinque sempre in campo. Diciamo che adesso potete capire perché la carriera di Ticchi non sia stata proprio sempre fortunatissima…

Oltre a tutto questo serve Lui. Ovvero un giocatore in grado di farti fare il salto di qualità che, come detto sopra, per Ticchi è Maggioli. Partiamo dal fatto che a 38 anni Maggioli è in una forma fisica che alcuni ventenni si sognano la notte: gioca più di venti minuti a partita (l’anno scorso erano trenta…) e le sue cifre sono particolarmente bugiarde. Maggioli è uno dei cardini della squadra, probabilmente non esagero se lo metto come importanza al pari di Anderson (miglior realizzatore della squadra e jolly per quando c’è da inventare dal nulla un canestro).

Quelle mani lì
Quelle mani lì

Quando dico che per questo sistema di gioco ci vogliono i passatori intendo robe come questa. Maggioli oltre ad avere esperienza da vendere è un pericolo costante per la difesa avversaria, che è costretto a rispettarlo in ogni zona del campo. Perchè anche da oltre la linea dei tre punti può inventare una cosa del genere.

In difesa Michelone non si schioda dall'area. Brutto affare per le penetrazioni al ferro di Truck
In difesa Michelone non si schioda dall’area. Brutto affare per le penetrazioni al ferro di Truck

Ticchi chiaramente trae vantaggio da tutto questo e lo ha reso uno dei giocatori chiave dell’attacco, il rovescio della medaglia è però che con lui in panchina l’attacco diventa più farraginoso, anche perché Amoni non può chiaramente fare le stesse cose.

Punti deboli

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Questo ultimo passaggio ci porta al discorso che maggiormente c’interessa, ovvero cosa può fare la Mens Sana contro questo sistema. Partiamo dal concetto che descritta a parole la Triangolo può sembrare la panacea di tutti i mali della pallacanestro, ma la realtà è differente. Come già detto ci vuole un determinato tipo di giocatori per eseguirla bene, il livello dell’A2 non permette di sguazzare nella qualità (se è per questo nemmeno l’A1) e quindi anche Imola spesso incorre in pesanti passaggi a vuoto nell’arco dei quaranta minuti.

La Mens Sana ha dimostrato durante l’arco della stagione di poter essere una squadra che difensivamente fa la differenza e in questa serie di playoff sarà messa alla prova proprio da questo punto di vista su qualcosa che non ha ancora sperimentato. Se DiLiegro riuscirà a recuperare in tempo sarà per esempio possibile affrontare Maggioli ad armi pari, considerando che sulla difesa statica il numero 1 biancoverde ha sempre dimostrato di poter dire la sua più che bene. Sarà principalmente una guerra di nervi e di concentrazione, ben sapendo che un taglio perso fa tutta la differenza del mondo contro questa squadra.

Potrebbe essere più difficile poter spendere Roberts come jolly difensivo contro il creatore di gioco di turno (come Ramagli ha fatto spesso durante l’anno), semplicemente perché in questo caso il pericolo è più ‘diffuso’. Ma ciò non toglie che gli potrebbero essere affidati compiti speciali su Anderson, proprio perché quest’ultimo è il giocatore a cui Imola ricorre quando l’attacco inizia a faticare.

Alla fine della giostra ci dobbiamo ricordare che la Triple Post Offense, nonostante tutta l’epica che si porta dietro da decenni, non è né meglio né peggio di tanti altri sistemi di gioco. La differenza, come sempre, la fanno i giocatori che interpretano il singolo sistema e come esso si adatta alle loro caratteristiche.

Le premesse per una bella serie ci sono tutte, speriamo vengano mantenute.

Alla prossima.

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L’uomo giusto al posto giusto

Era metà Luglio quando con Alessandro Ramagli avemmo la prima lunga chiacchierata. Nelle sue parole si trovavano già quelli che sarebbero stati elementi della stagione che ancora doveva iniziare, soprattutto quando parlava di un programma/scommessa. Una scommessa che sapeva essere rischiosa ma che abbracciò per la volontà di venire a Siena, per quello che questa società rappresentava. A distanza di mesi da quelle parole ne sono successe di tutti i colori; con una società a un passo dal baratro sarebbe stato comprensibile trovare una persona che perlomeno rimpiangesse la scelta ‘di pancia‘ fatta in estate (come lui stesso la definì).

Invece ho trovato un coach forse ancora più motivato a fare bene, nonostante la valanga di notizie terrificanti ricevute negli ultimi tempi e la quantità di pressioni con cui ha dovuto fare i conti. Vedendola dall’esterno ho passato settimane a chiedermi come avesse fatto a tenere sotto controllo la squadra: nonostante voci, rumors, mercato in fibrillazione, stipendi in ritardo la Mens Sana ha vacillato ma non è mai crollata, come ci si poteva umanamente aspettare. È questo che mi ha spinto nel suo ufficio per una lunga intervista che alla fine ruota su un solo grande punto interrogativo: come diavolo ci è riuscito?

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Sono passati otto mesi da quella prima conferenza stampa in cui confessASTI di aver voluto fortemente venire a Siena. In questi otto mesi è successo di tutto, qual è il Tuo bilancio fino ad ora?

“Il mio bilancio è sintetizzato dalla nostra situazione attuale, non tanto sportiva quanto generale. Di fatto sono arrivate al capezzale di questa istituzione talmente tante persone, che non necessariamente hanno un nome e un cognome altisonante, da far capire come la Mens Sana sia nel cuore della città. Non mi ricordo un altro moto spontaneo di queste dimensioni da altre parti che abbia portato al salvataggio di un club. Questo secondo me è la giusta sintesi di quello che al tempo mi dette una spinta in più per accettare di entrare a far parte della Mens Sana”.

Nel soccorso dato alla società haI rivisto i motivi che TI hanno spintO qui?

“Assolutamente si. Finché la vedi dal di fuori ti dicono ‘la Mens Sana è una fede, una passione, la diciottesima contrada’ eccetera. Ci credi, magari lo vedi anche da avversario, ma quando ci sei personalmente avverti un’altra storia. Il modo in cui la gente si è stretta intorno a noi, anche mettendosi le mani in tasca, è stato qualcosa che altrove non sarebbe mai successo”.

A fronte di una stagione che sta andando oggettivamente molto bene c’è stato un singolo momento in cui haI pensato ‘Ok, siamo sulla buona strada, possiamo toglierci delle soddisfazioni’?

“Siamo talmente pazzi che non c’è mai stato un momento in cui abbiamo potuto programmare la nostra stagione. In realtà abbiamo sempre vissuto alla giornata e questa è stata la nostra forza. Certo se dovessi tornare indietro di qualche settimana credo che le tre vittorie consecutive all’inizio del girone di ritorno, anche per il modo in cui sono arrivate, a Latina a Casale e a Reggio Calabria abbiano un po’ svoltato la stagione. Ci hanno proiettato in una zona di classifica che onestamente non pensavamo ci potesse appartenere”.

Fin da inizio stagione avevI detto ‘Se arriviamo in fondo come siamo adesso sarà un fallimento’. Adesso i miglioramenti di giocatori come Bryant, Cucci e Bucarelli, solo per citarne alcuni, sono sotto gli occhi di tutti. Come haI fatto col suo staff tecnico a concretizzare simili passi avanti nel gioco dei singoli giocatori?

“Sia Mecacci che Monciatti mi hanno sempre detto che se noi avessimo puntato l’attenzione sul loro miglioramento, invece che sul raggiungimento di un risultato sportivo, probabilmente avremmo messo nelle loro mani qualcosa di tangibile e fruibile immediatamente. Poi secondo me è più cresciuta la squadra di quanto non siano cresciuti i singoli, credo infatti che ci sarà anche lavoro per il futuro. Secondo me ci sono margini significativi per alcuni giocatori, che poi si rifletteranno sulla crescita della squadra”.

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A questo riguardo qual è il giocatore col maggior potenziale inespresso?

“Secondo me tutti hanno del potenziale, ma è chiaro che più sei giovane e più hai cose da imparare e fieno da mettere in cascina. In questo momento abbiamo nel roster due giocatori del ’98, è chiaro che sono due giocatori diversamente interessanti, uno per la sua solidità, l’altro per il suo talento. Sono due giocatori sui quali è stato fatto un investimento significativo da tutta la Mens Sana e quindi mi riferisco soprattutto a loro due. Bucarelli e Masciarelli sono due ragazzi talmente giovani che hanno davvero tanto futuro davanti a loro, hanno le potenzialità per fare una crescita significativa. Poi a scendere tutti gli altri, parlando di chi ha una carta d’identità meno verde”.

Siamo vicini al termine della regular season e tra le squadre passate per Viale Sclavo non ce ne sono molte che giochino un basket più bello di quello della Mens Sana. Come si arriva a questo livello partendo da una base di talento che non è certo eccelsa?

“Non so se siamo una squadra che gioca bene. È vero però che abbiamo cercato di trasformare i disequilibri che c’erano all’interno del nostro roster, legati al modo in cui i giocatori potevano stare insieme sul campo, e abbiamo cercato di farli diventare equilibri. Lo abbiamo fatto anche cambiando in modo particolare la struttura della squadra. Penso ad esempio a Borsato che parte playmaker o Bryant che viene usato da point scorer e da killer, tutte una serie di cose che hanno cambiato la fisionomia della squadra. Credo infatti che una squadra giochi bene a pallacanestro quando al suo interno si stabiliscono degli equilibri. Noi pezzo per pezzo abbiamo chiesto ai giocatori di fare delle cose che erano molto inclini alle loro caratteristiche, ma che messi assieme nello stesso momento avremmo fatto fatica a chiedergli. Far diventare Roberts un creatore di gioco, far diventare Borsato un equilibratore, far diventare Bryant un finalizzatore in modo quasi strutturale ha dato alla squadra degli equilibri”.

Negli ultimi due mesi ha dovuto avere a che fare con una situazione extra parquet molto complicata. Qual è stato il Tuo primo pensiero quando le notizie al riguardo sono iniziate a filtrare?

“Il primo pensiero è stato ‘speriamo che tutto questo possa non avere un’influenza diretta su quello che accade in campo’. Perché poi noi viviamo quotidianamente il campo e nel momento in cui questo viene inficiato da quello che accade attorno diventa molto frustrante. La speranza era che nonostante tutto la squadra non ricevesse un effetto troppo negativo. Direi che fortunatamente fino ad oggi tutti abbiano contribuito affinché questo accadesse il meno possibile e direi che l’andamento del girone di ritorno lo dimostra”.

Come si gestisce una squadra in una situazione simile? È facile a quel punto perdere il controllo, come haI fatto a tenere insieme i pezzi?

“Perché abbiamo tirato la rete che avevamo buttato in acqua il 20 di Agosto. Se da quel giorno fino all’inizio di Febbraio, quando la situazione ha preso quella piega, avessimo seminato male probabilmente al momento di tirare su la rete non avremmo trovato niente. Invece abbiamo seminato bene, in termini tecnici, in termini di rapporti umani, in termini di serietà e onestà e questo fa si che quando la situazione diventa difficile è più probabile che tutti facciano un passo avanti, invece di uno indietro. Ma questa cosa è figlia di quello che è accaduto dall’inizio della stagione fino a quando sono iniziati i problemi”.

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21 Febbraio, partita a Tortona, brutta sconfitta seguita a un periodo di profonde incertezze. RientrI in spogliatoio e cosa dicI alla squadra?

“Gli ho detto che noi in quel periodo eravamo i migliori sponsor di noi stessi. In una situazione come quella era molto facile dare un’immagine di arrendevolezza e rinuncia, molto meno facile darne una di solidità e voglia di stare insieme. Ma la prima cosa sarebbe stata una pessima pubblicità per noi stessi, invece coesione e stare insieme avrebbe fatto un altro effetto. Quindi anche di fronte a delle oggettive difficoltà, perché in quel periodo lottavamo anche con gli infortuni, alla fine hanno trovato la forza per fare la partita con Agrigento, che è stata un po’ la chiave di volta decisiva per mettere la parola fine al discorso salvezza”.

È stato il momento più complicato DELLA STAGIONE?

“Si, perché quando abbiamo perso due partite di fila all’andata a Omegna e con Tortona era molto difficile, ma non ce ne siamo nemmeno resi troppo conto. Eravamo nuovi di zecca e stavamo pensando alle nostre cose, a come stare in campo, questo ci ha tolto i pensieri di quello che poteva diventare un periodo negativo. Invece le due sconfitte a Tortona e con Omegna sono state più complicate perché si inserivano in un momento particolare della società e della squadra, era la prima volta che eravamo davvero alle corde. Avevamo bisogno di metterci i guantoni davanti alla faccia, prendere due botte, cercando di farci meno male possibile”.

HaI avuto dei contatti finora con la nuova proprietà?

“Molto marginali. Anche la nuova proprietà è espressione di tutte le persone che si sono messe le mani in tasca, immagino quindi quanto sia complicato anche per loro avere a che fare con la gestione ordinaria di una società come questa. Mi sembrano talmente assorbiti dal compito che, al di là dell’ovvia conoscenza, non abbiamo avuto molte occasioni per avere rapporti più dettagliati. Li vediamo assorbiti da queste carte, ma rappresentano una novità con cui ancora non abbiamo preso un contatto diretto e profondo”.

La stagione era partita puntando ufficialmente a una salvezza tranquilla, salvo ritrovarsi ora nelle zone alte della classifica. Te lo aspettavi?

“Secondo me abbiamo offerto alla piazza un obiettivo reale, cioè la salvezza non era un modo di proporre un obiettivo sottodimensionato facilmente raggiungibile. C’erano motivi: una squadra nuova, uno staff nuovo e un campionato completamente nuovo, quindi capirne i picchi in positivo e in negativo era molto difficile. Però di fatto in quella zona di classifica non ci siamo mai stati, questo mi fa pensare che la bontà dei giocatori, quello che abbiamo fatto, il modo in cui siamo cresciuti ci hanno permesso di stare in una dimensione leggermente superiore. Com’è giusto che sia in una programmazione seria cambi obiettivo una volta raggiunto il precedente, noi abbiamo fatto così. Dopo la vittoria ad Agropoli, quando si è aperta la prospettiva di entrare nei playoff abbiamo giustamente alzato l’asticella, individuando un obiettivo difficile ma raggiungibile”.

Cosa ti aspetti da questo rush finale?

“Mi aspetto difficoltà perché questa è una squadra dove ci sono tanti giocatori che una stagione così lunga da protagonisti non l’hanno mai giocata. Mi aspetto le difficoltà del caso, quando fai una cosa nuova hai l’entusiasmo di farla ma ti misuri con qualcosa che richiede uno sforzo fisico e mentale, stare sul pezzo per nove mesi non è come fare una stagione di cinque mesi. Questa è una cosa che dovremo sperimentare tutti insieme, cercando noi più vecchi di far capire quali sono le cose giuste, di proporre dei carichi che siano adatti a una squadra con pochi effettivi e quindi con alle spalle una richiesta fisica importante, provando a usare l’arma dell’entusiasmo per divertirci il più possibile nella parte finale della stagione”.

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Gira il mondo gira

Gira, il mondo gira­
Nello spazio senza fine­
Con gli amori appena nati­
Con gli amori già finiti­
Con la gioia e col dolore­
Della gente come me­

Neanche il tempo di celebrare una squadr­a che viaggia saldamente nelle zone alte­ della classifica che il mondo ci è già ­crollato nuovamente addosso. Un film già­ visto, uno di quelli che preferiresti n­on rivedere finché non te lo ritrovi dav­anti all’improvviso. La Mens Sana dopo d­ue anni è di nuovo sull’orlo del baratro­ (mi sarei anche stufato di dover usare ­queste frasi fatte).

Dopo la ripartenza dalla Serie B, dopo u­n’annata travagliata e le difficoltà di ­questa stagione nel trovare uno sponsor ­credevamo di esserci abituati ai tempi d­ifficili, non si pensava però che avremm­o dovuto rivivere tutto daccapo. E in e­ffetti questi giorni assomigliano sinist­ramente a quelli di due anni fa, compres­a la deadline ravvicinata entro la quale­ è necessario trovare nuove risorse:

18 Febbraio­

È quella la data per la quale deve essere convocata per legge l’assemblea dei so­ci, come spiega bene Nigro sul suo blog,­ un’assemblea che dovrà decidere il dest­ino di una società che non ha ancora compiuto un anno e che già sembra sul punto­ di non ritorno. Se nel frattempo non si­ troveranno soldi la strada sembra già scritta e ricalca da vicino quella che abbiamo già vissuto. Tristemente e biecame­nte è già partita la corsa allo scaricab­arile: il Cda dà la colpa alle istituzio­ni, le istituzioni la danno alla società­ e a chi non è stato in grado di trovare­ risorse in questi mesi, la lettera di d­imissioni del Ricci pare essere più lung­a della Convenzione di Ginevra, manca so­lo qualcuno che invochi le cavallette o ­la peste del 1300.  Tutti s­ono però concordi sul fatto che la spave­ntosa CRISI ECONOMICA GLOBALE (con parol­e sinistramente simili a quelle del comu­nicato della fu MSB) sia stata un proble­ma, la stessa con cui deve fare i conti ­da anni qualsiasi società sportiva itali­ana, ma i problemi a quanto pare ci sono­ sempre e soltanto sul fronte Mens Sana.

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Un mondo­
Soltanto adesso, io ti guardo­

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Che la Serie B affrontata in quel modo f­osse un rischio lo sapevamo tutti, la sp­eranza era che una rapida promozione non­ disperdesse troppo la tifoseria e sopra­ttutto rendesse appetibile la piazza agl­i sponsor. Adesso possiamo dire con cogn­izione di causa che tutto ciò non è succ­esso e che ripartire dopo anni di conti ballerini puntando a costruire una nuova­ solidità su conti ballerini non sia sta­ta l’idea del millennio. Facile dirlo co­l senno di poi? Probabilmente. Certo è c­he a Ricci è scoppiata in mano per la se­conda volta in due anni la situazione, e­ a questo giro senza neppure potersi app­ellare al ‘Io non sapevo nulla, con l’in­ganno mi prese’ perché la Polisportiva a­veva un controllo quasi totale sulla sezione basket, forse anche troppo.

Comitato e tifosi si stanno già muovendo­ per capirci di più, ma sarebbe anche be­llo che la situazione venisse sbrogliata­ da chi aveva la responsabilità di pensa­rci. Perché è onestamente sfiancante che­ ai tifosi venga cucito addosso un ruolo­ che non gli dovrebbe appartenere: hanno­ pagato abbonamenti e biglietti per sost­enere la squadra e la società, il loro a­ttaccamento lo hanno già dimostrato, il ­loro ‘compito’ dovrebbe esaurirsi qui. I­n un mondo sano non dovrebbe spettare a ­loro dover trovare soluzioni o seguire l­a vicenda, ma a chi è stato incaricato d­i farlo fin da inizio stagione. Anche pe­rché nessun Comitato e nessun tifoso può­ risolvere una situazione del genere, co­me non poteva farlo due anni fa.

È anche difficile pensare che il basket ­di medio (non alto eh) livello non sia sostenibile a Siena, perché basta guardar­si attorno nel campionato di A2 per trov­are decine di squadre che vanno avanti a­ fatica in territori certo non prosperos­i. Eppur si muovono.

Quindi per favore almeno per una volta s­i parli chiaro, non con le mezze verità o gli “stiamo lavorando per una soluzion­e”. Forse i miei saranno ragionamenti semplicistici di chi non ha e  non può avere il quadro generale ma il senso di sfinimento è tant­o, come la frustrazione del vedere croll­are tutto come a Jenga mentre si fa a ga­ra a chi alza prima le mani per dire “no­n sono stato io”.

Il mondo­
Non si é fermato mai un momento­
La notte insegue sempre il giorno­
Ed il giorno verrà­

Alla prossima.

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E se fosse la svolta?

La partita contro Scafati è stata senza troppi dubbi la migliore giocata dalla Mens Sana fino ad ora. Il che è particolarmente curioso, visto che la squadra di Ramagli è arrivata alla fine con un drammatico 1/17 da tre punti. Eppure anche per questo la creatura dell’allenatore livornese sembra sempre più vicina a quelli che erano i piani originali dello staff tecnico in estate: una squadra che in attacco fa quel che può ma in difesa frantuma sogni e speranze degli avversari.

Voce del verbo "frantumare"
Voce del verbo “frantumare”

Cambiamenti

Dall’ultima volta che ne avevamo parlato sono cambiate un po’ di cose: per primo il cambio di quintetto, che ha funzionato un po’ a fasi alterne ma in definitiva sembra aver dato una parvenza di equilibrio ai biancoverdi. Soprattutto sembra aver sistemato i problemi di approccio alla partita, se è vero che anche contro la Givova abbiamo visto una squadra che aggrediva l’avversario fin dalla palla a due.

Il cambiamento più importante però è senza dubbio la crescita dei giocatori rispetto a quelli arrivati a inizio anno. Non si parla certo di miracoli ma è evidente che ogni biancoverde sembra più a suo agio nel proprio ruolo: Cucci ha trovato una sua dimensione difensiva che lo rende imprescindibile, Bryant pare più sotto controllo e perlomeno prova a cercare le soluzioni migliori, Roberts ha aggiunto una dimensione di costruttore di gioco inaspettata, Bucarelli si sta guadagnando ogni singolo minuto in campo.

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Da qui a dire che la strada è in discesa e che il più è fatto che ne vuole. Sicuramente ci sono bei segnali che fanno pensare che il cammino intrapreso sia quello giusto. Tra questo il graduale recupero di DiLiegro, che continua per sua stessa ammissione a giocare sul dolore (“ci sono giorni buoni e giorni meno buoni, ma il dolore c’è sempre“) ma che nelle ultime sei partite sta viaggiando in doppia doppia di media (14+10). Anche difensivamente il suo rendimento sta salendo, se a inizio anno era un problema serio adesso tra gli aggiustamenti operati da Ramagli e il suo recupero la musica è cambiata.

Mani addosso

Anche Perdichizzi nel post partita ha sottolineato la difficoltà nell’esprimere un gioco fluido contro una difesa come quella della Mens Sana, che ti costringe continuamente ad adattarti alla sua fisicità e ti porta fuori dai tuoi binari.

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A proposito di deragliamenti

Il modo in cui la Mens Sana ha chiuso ogni singola penetrazione degli avversari fa pensare che sia passata una vita dalla partita d’andata, quando Mayo fece praticamente tutto quello che voleva. Sabato invece ha sempre trovato mani, braccia e corpi tra sé e il canestro che l’hanno frenato, rallentato e confuso.

Guardate da dove parte Cucci per portare l'aiuto sulla penetrazione di Mayo
Guardate da dove parte Cucci per portare l’aiuto sulla penetrazione di Mayo

È questo l’atteggiamento con cui deve giocare la Mens Sana: provando a dar fastidio in ogni singola azione, rallentando gli ingranaggi dell’avversario fino a farlo andare fuori giri. Al resto ci ha pensato una prova maiuscola sotto i tabelloni, dove con 22 punti realizzati su seconde possibilità i biancoverdi hanno scavato un solco.

Non è la prima volta che vediamo una simile intensità o aggressività, è però la prima volta che la vediamo così ben spalmata sui 40 minuti. Ancora lontani da una costanza di rendimento certo, ma sicuramente in crescita rispetto agli scorsi mesi.

E quindi?

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E quindi predichiamo pazienza. La partita contro Scafati ha lanciato ottimi segnali ma è giusto anche tenere i piedi per terra; per esempio ricordando le tante possibilità sprecata anche dalla Givova su tiri puliti, o come il secondo fallo di Mayo nel secondo quarto abbia permesso alla Mens Sana di piazzare un break importante. Piccoli dettagli che hanno comunque pesato nel computo finale.

La Mens Sana è ancora lontana dall’aver trovato un equilibrio stabile e duraturo, però nelle ultime uscite sta facendo intravedere il potenziale perlomeno per far divertire il proprio pubblico. In un campionato così equilibrato e in cui basta così poco per ritrovarsi all’inferno o in paradiso è sempre meglio tenere la guardia alta.

P.S.

L’ultima settimana è stata un vero e proprio delirio di commenti riguardanti le indiscrezioni sulla possibile revoca degli scudetti. Chiunque ha sentito la necessità di dire la sua al riguardo (Rudolph t’ho voluto bene per quel coast to coast ai tempi, ma a volte respirare prima di scrivere è meglio) e alla fine ne è venuto fuori un quadro di una tristezza desolante. Tra attacchi, difese, comunicati l’unica cosa sicura è che la percezione degli ultimi dieci anni rimarrà per sempre quella di una squadra che ha vinto soltanto grazie a un sistema criminale, a prescindere da come tutta questa storia andrà a finire. Perché si sa come funzionano queste cose: una volta che il fango è stato lanciato non c’è più verso di toglierselo di dosso.

Forse è la giusta punizione per aver permesso che certe cose accadessero senza mai porsi domande, per non aver avuto il minimo sussulto finché non è stato troppo tardi. Questo accanimento però probabilmente è troppo, soprattutto per un movimento che attacca a testa bassa senza però porsi la minima domanda su come si fosse giunti a quel punto. Per il Bonicciolli di turno è probabilmente più facile uscirsene con un “ci ho rimesso una Coppa Italia” che con domande come “Ma quelli che dovevano controllare dov’erano?“.

Sarebbe anche simpatico se la politica locale battesse un colpo, soprattutto dopo anni in cui si è fatta grande con lo sport senese senza effettivamente fare alcunché per esso. Perché ai tempi delle foto e delle dichiarazioni post vittorie i virgolettati si trovavano sempre facilmente, ora è un po’ più difficile.

Sempre più amaramente, alla prossima.

I tempi andati
I tempi andati
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Bipolarismo biancoverde

(Immagine di copertina di Alessia Bruchi)

Bipolare, disturbo: Disturbo psichico caratterizzato da alterazioni cicliche dell’umore, talora intervallate da periodi asintomatici.

Enciclopedia Treccani

 

Arrivati all’undicesima giornata di questo campionato di A2 abbiamo ormai capito come questo campionato di A2 sarà un viaggio su delle montagne russe in fiamme lanciate a 200 chilometri orari sotto la grandine. Ti puoi divertire molto, ma la possibilità di farsi male è abbastanza elevata.

In queste giornate abbiamo visto una Mens Sana brillante, una Mens Sana depressa, una Mens Sana in fiducia, una Mens Sana col morale sotto i piedi, una Mens Sana che sa come prendersi la vittoria e una Mens Sana spazzata via senza difficoltà. Qual è la verità? Perchè questi alti e bassi, così alti e così bassi?

Cercando di farci strada per capire questa Mens Sana bipolare proviamo a elencare qualche caratteristica che questa squadra ha evidenziato finora.

1) (In)costanza

Ramagli dopo la partita contro Agropoli invocò una costanza di rendimento che ancora non aveva visto. La squadra ha prontamente reagito con l’imbarcata subita a Roma. La Mens Sana in questi primi mesi non solo è stata altalenante nel rendimento tra una partita e l’altra, ma anche all’interno delle stesse partite (Agrigento, Agropoli, Tortona su tutte). Ha messo in mostra inizi drammatici e inizi esplosivi, il tutto senza un’apparente logica di fondo. Potremmo facilmente etichettare il tutto come il sintomo di un roster giovane e inesperto, in realtà il problema è più complicato e proveremo ad analizzarlo nei punti seguenti.

Resta il fatto che i biancoverdi ancora non sono riusciti a trovare una propria ‘zona di sicurezza‘: una situazione, uno schema particolare, un giocatore a cui appigliarsi quando tutto sembra andare storto. Ci sono tanti piccoli dettagli che devono girare bene per far funzionare al massimo del potenziale questa squadra, basta che se ne blocchi uno e iniziano i problemi. Proprio per questo motivo non è insolito che il gruppo si deprima o si esalti repentinamente a seconda di come si mette la partita, evidenziando una caratteristica umorale che in A2 può diventare pericolosa.

2) Il pivot non è mobile, qual piuma al vento

L’ultima volta parlai dei problemi di DiLiegro nel difendere in situazioni dinamiche, special modo il pick and roll. Nel frattempo la situazione fisica del centro biancoverde non è particolarmente migliorata: continua spesso a lavorare a parte, saltando fasi di allenamento che gli farebbero solo bene ma che il fisico non gli permette di sopportare. Questo non gli ha impedito di rendersi utile in determinate partite, soprattutto a rimbalzo, ma Ramagli ha dovuto provvedere a cambiamenti nel proprio sistema difensivo per mascherare il più possibile le lacune del numero 1, che a inizio anno erano particolarmente drammatiche.

La partita contro Roma è stata indicativa di come la condizione di DiLiegro possa incidere sull’andamento della partita. A fronte di un inizio complicato, e un richiamo in panchina più che meritato, il ritorno in campo nel terzo quarto ha visto un giocatore al limite del claudicante, troppo ‘freddo’ per poter giocare bene. I risultati si sono visti, il nervosismo di DiLiegro anche. Non è una situazione semplice, anche perché c’è poco da fare se non aspettare e sperare che le sue condizioni fisiche migliorino prendendo tutto quello di buono che riesce a dare fino a quel momento.

3) L’ago della bilancia

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Che Roberts sia il giocatore più talentuoso nel roster di Ramagli credo sia chiaro a tutti. Che non sia l’ago della bilancia però magari è meno evidente. Il numero 23 è chiaramente di un’altra categoria rispetto agli altri giocatori nel roster, ma la differenza nel suo rendimento tra vittorie e sconfitte non è poi così grande (anche se comunque significativa).

Roberts segna 19 punti nelle vittorie e 12.1 nelle sconfitte, con uno scarto nella valutazione di quasi 7 punti.

Ma analizziamo gli stessi dati di Bryant:

Nelle vittorie 20.2 punti 22.8 di valutazione.

Nelle sconfitte 9.6 punti e 7.8 di valutazione.

Una differenza abissale. 

‘Truck’ ha dei limiti abbastanza evidenti come giocatore, ma la sua capacità di aggredire la partita e gli avversari è fondamentale per il gioco di questa squadra. Contro Tortona per esempio abbiamo visto gli effetti sul risultato di una difesa che lo ha contenuto molto bene.

Partendo dal presupposto che senza i punti di Roberts è inutile anche solo scendere in campo, Bryant è spesso quel giocatore che decide i destini finali della Mens Sana, nel bene e nel male.

4) La chiave delle vittorie

Basta ascoltare qualche dichiarazioni dei coach avversari per capire che la Mens Sana è riconosciuta come una delle squadre più fisiche e atletiche del girone. Del resto è una delle caratteristiche con cui è stato costruito il roster, per cercare di fare la differenza in difesa. È evidente però che l’atletismo e la fisicità sono gli aspetti con cui la Mens Sana riesce a girare del tutto le partite, soprattutto quando li sfrutta per fare il vuoto a rimbalzo. Su Pallalcerchio avevo parlato di come i rimbalzi erano stati la chiave della partita contro Agropoli e Agrigento, più delle medie al tiro, perché erano stati un modo per devastare il morale degli avversari.

Contro Roma è stato di nuovo evidente che quando la Mens Sana non riesce a saltare in testa alle altre squadre (primo e terzo quarto) iniziano i problemi veri. Il fatto è che si tratta di un tipo di gioco che comporta un dispendio fisico e mentale notevole, ed è molto complicato mantenere un livello di attenzione e impegno così alto durante tutta la partita, soprattutto in trasferta.

5) Quintetti e giovani

A discapito di un quintetto base che dovrebbe garantire un certo rendimento la Mens Sana spesso e volentieri le partita le ha svoltate con la panchina. Pur con le difficoltà di avere tanti giovani da gestire Ramagli è riuscito a volte a trovare risorse insperate dalle sue riserve. È il caso in particolar modo di Cucci, che altro non è che il salvatore della patria quando le difficoltà di DiLiegro diventano particolarmente drammatiche (tipo contro Agropoli quando Valerio ha cambiato la partita).

Il fatto è che comunque Ramagli non può fare affidamento ogni partita su una panchina così giovane per imprimere una svolta alla gara. Per questo nelle difficoltà dovrebbero essere i titolari a fare un passo avanti, che spesso è mancato.

6) Il fuoco dentro

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Le dichiarazioni di Ramagli dopo le partite contro Agropoli e Roma sono state particolarmente dure e hanno evidenziato un problema non da poco. In questi mesi il coach livornese non è riuscito a ‘scuotere’ emotivamente i propri giocatori, ritrovandoli spesso giù di morale e non in fiducia anche dopo una partita da grande squadra contro Agrigento o dopo l’impresa contro Agropoli. Non si tratta di malumori da spogliatoio o di persone che non s’impegnano, ma di alimentare una motivazione a fare sempre meglio che deve partire proprio dagli allenamenti. Forse in casi come questo si sente l’assenza di un leader nel verso senso della parola, qualcuno che non abbia timore nell’urlare durante la settimana per tenere alta la tensione e spremere il meglio dai propri compagni. Ma siamo questi e le risorse per smuovere questa situazione vanno trovate all’interno del gruppo.

P.S. Impressionato dall’impatto di Cacace nella partita contro Roma, dopo la buona prova contro Agropoli. È vero che ci voleva anche poco per svettare rispetto a quello che aveva attorno, ma è stato un fattore in difesa e in attacco ha fatto il suo. #FreeCacace

P.P.S. Ma i baffi di DiLiegro che fine hanno fatto? C’ero affezionato.

Alla prossima.

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MONTEPASCHI-BOLOGNA - MC INTYRE

Napoleone

PROLOGO

2 aprile 2009

Gara 4 dei playoff di Euroleague tra Mens Sana e Panathinaikos.

4 minuti e 40 alla fine della partita, il tabellone racconta una perfetta parità: 69-69.

Pekovic blocca per Spanoulis, poi con una velocità che non dovrebbe fisicamente appartenergli si gira e corre verso il canestro lasciando sul posto Eze. Il nigeriano rimonta, lo stoppa da dietro con un salto che sia per la distanza da cui stacca che per la spinta che genera ha ben poco di umano. La palla carambola sulla linea del tiro libero, la prende Terrell McIntyre.

Sugli spalti della gradinata sono seduto accanto a un amico. Quando il pallone finisce nelle mani del numero 5 alzo la voce per farmi sentire oltre il frastuono di un palazzo ancora eccitato per la stoppata:

Ora tira”.

“No dai, non può” mi risponde lui.

Il Pana è già tutto in difesa, Eze è rimasto indietro, probabilmente sconvolto da quello che ha appena fatto. McIntyre avanza.

“Ora tira”.

“È follia!”

C’è Spanoulis davanti a lui, basso sulle gambe come forse non è mai stato nella sua carriera.

“Ora tira” ripeto ancora.

“Non può!”

Raccoglie il palleggio. Si ferma in una frazione di secondo.

Lo fa!” mi accorgo che sto gridando.

Scattiamo tutti e due in piedi prima che il tiro parta.

McIntyre rilascia la palla, Spanoulis ha la mano a due centimetri dalla sua faccia.

Il pallone viene accolto dalla retina con uno schiaffo.

Urliamo come dei pazzi.

MONTEPASCHI-MONTEGRANARO-MC INTYRE

L’aneddoto qui sopra è uno dei ricordi più nitidi dei miei trascorsi al PalaSclavo. Dice molto di quello che c’è da sapere del rapporto che avevo con Terrell McIntyre, un rapporto che si può riassumere con una sola parola: Fede. Io credevo in Terrell McIntyre. Ciecamente e senza timore. Ognuno ha le sue religioni del resto. Sapevo perfettamente che se la palla era nelle sue mani tutto sarebbe finito bene, una sensazione che non ho mai più provato in vita mia osservando altri giocatori.

SLIDING DOORS

McIntyre era la guida. McIntyre era l’esempio da seguire in campo. Era l’uomo su cui riporre le speranze quando di speranze ce n’erano rimaste poche. Era il braccio armato della Mens Sana, il pericolo numero uno per tutte le difese avversarie. Facciamo parlare un po’ di freddi numeri sulle sue quattro stagioni a Siena:

13.15 punti, 4.6 assist, 49.8% da due, 40.1% da tre in campionato.

14.5 punti, 4.8 assist, 54.2% da due, 40.3% da tre in Euroleague.

Due volte Mvp del campionato (2007 e 2009), tre volte Mvp delle finali (2008, 2009, 2010, quest’ultima un po’ stiracchiata col famoso trasporto di peso di Sato sul palco della premiazione).

Tutto semplicissimo
Tutto semplicissimo

Cifre incredibili se consideriamo la costanza di rendimento in quella che a regola doveva essere la fase calante della sua carriera. Cifre che sono state vicine a non realizzarsi mai se nell’estate del 2006 tutto fosse andato secondo i piani. Dopo due anni di delusioni più o meno cocenti infatti la squadra in Viale Sclavo fu completamente rifondata. Il tassello più importante, quello da cui sarebbero scaturite le decisioni per tutto il resto, era il playmaker titolare. L’obiettivo era uno: Willie Solomon. Ex Clemson (proprio come McIntyre) e molto più quotato a livello europeo, arrivò a un passo dalla firma, prima però che cominciassero a suonare le sirene del Fenerbahce, a un volume tale che Siena non poté mai uguagliare. Da quel momento scattò il piano B, ovvero puntare quel play di stazza ridotta proveniente da una grande stagione a Reggio Emilia, quando con il suo 10/10 da tre punti in diretta Sky contro la Virtus Bologna si era catapultato di prepotenza alla ribalta nazionale.

Ora come ora è facile pensare che quello fu un ingaggio di livello. La verità però è che McIntyre veniva da una buona stagione in quel di Reggio, preceduta da tanta gavetta in A2. Per di più arrivava a Siena a 28 anni e l’ipotesi che avesse già fatto vedere il massimo del suo potenziale era quantomeno fondata. In realtà aveva solo cominciato a far intravedere quello che avrebbe potuto fare su un campo da basket.

CONTRO LA FISICA

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Se sei alto 1.75 (ufficialmente, il che lascia spazio all’interpretazione…) hai ben poche speranze di giocare a basket da professionista, figuriamoci poi ad alto livello. Questo semplice ragionamento logico però non era facilmente associabile a McIntyre.

Sono sempre stato il più piccolo, quando avevo 8-9 anni giocavo coi miei cugini e i miei amici, loro di 12-13 anni. Ho sempre avuto qualcuno di più grande, alto o grosso con cui confrontarmi. Per farmi accettare dovevo dimostrare loro di essere il migliore. Poi aspettavo che si facesse avanti il prossimo“.

Anche nelle sue annate lontane da Siena l’ex Clemson era veloce, con visione di gioco, in grado di crearsi il tiro dal palleggio e di attaccare il ferro con una caparbietà apparentemente illogica. Al tutto univa il suo micidiale tiro da tre punti. Doti che furono notate da Jean-Denys Choulet,  allenatore per undici anni del Roanne, ora allo Chalon-Sur-Saône ma a quei tempi coach a Gravelines-Dunquerke. Choulet è sempre stato rinomato per il talento nello scovare e lanciare giocatori, come Jerry McCullough e Marques Green. La prima lontana da casa però fu un’annata particolarmente difficile, Terrell contava i giorni che mancavano al ritorno a casa, anche perché un infortunio al piede lo tenne fuori per quasi tutta la stagione. Il rientro però fu pirotecnico: quando Terrell ritornò in campo, a una decina di giornata dalla fine, la sua squadra era in zona retrocessione. Con 18.9 punti a partita, il 35% da tre punti e l’89% ai liberi McIntyre trascinò di peso la piazza alla salvezza, regalando ai tifosi una delle annate più memorabili.

Numeri che ripeté nell’anno in Germania, prima di tornare a casa, a Fayetteville per tenere a battesimo la neonata franchigia NBDL: “Ci feci due stagioni, in una arrivammo alla finale persa contro Mobile. Ero a casa mia, potevo aiutare la famiglia, divisi quegli anni con giocatori e poi buoni amici come Omar Cook e Jason Capel“. Arrivò a un passo dallo sbarcare in Nba, con gli Hornets, prima che venisse tagliato a pochi giorni dall’inizio della stagione. Si spalancarono le porte italiane, con Ferrara pronta ad approfittarne.

La carriera di Terrell prima dell’arrivo a Siena è costellata di piccoli e continui passi avanti: a Ferrara trovò il posto ideale per ambientarsi in Italia, a Capo d’Orlando l’ambizione di chi puntava alla Serie A, a Reggio Emilia il gruppo giusto per arrivare ai playoff. Terrell fece così bene da attirare le attenzioni del Real Madrid, che a metà 2006 lo contattarono causa infortuni dei propri titolari, ma alla fine non se ne fece niente.

Una carriera in progressione costante, ma che doveva essere messa alla prova in una piazza importante.

Le prime due partite di McIntyre al PalaSclavo furono risolte sulla sirena da due suoi tiri per la vittoria: la prima volta contro Teramo, la seconda inventandosi un tiro impossibile da fermo e in acrobazia contro Napoli alla fine del tempo supplementare (ok, forse era passi, ma dopo quasi dieci anni possiamo sorvolare). Un discreto biglietto da visita per un giocatore su cui c’erano molti dubbi alla vigilia della stagione, che già cominciava con il caso Baxter a tenere banco.

Manuale pratico: come non difendere su McIntyre
Il terrore quando sai che il piccoletto davanti può farti tutto quello che vuole e non puoi impedirglielo
Digressione: Lonny Baxter si è ritirato e sta muovendo i primi timidi e dubbiosi passi come coach. Nel frattempo sta riflettendo se finire l’università e laurearsi, indovinate in cosa? Esatto: in Legge. Non è un mondo bellissimo?

In una squadra con tutte le caratteristiche per rivelarsi disfunzionale come l’incarnazione precedente McIntyre era la chiave di volta assieme al ritrovato Stonerook. Da lui partiva quel pick and roll che assieme a Eze diventerà velocemente letale, lui era la certezza da affiancare all’incertezza dell’estro di Forte, lui era il meccanismo d’innesco per quell’arma di distruzione di massa a nome Kaukenas, lui era quello che attirava le attenzioni delle difese per poi rendersi pericoloso in decine di modi differenti: se passavi sotto il blocco era tripla, se passavi sopra rischiavi sul roll di Eze o sui passaggi per gli altri compagni (la visione di McIntyre sul parquet era spaventosa). Un cubo di Rubik di cui nessuno ha trovato mai la soluzione in quelle quattro stagioni.

GUERNICA

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Dopo le prime due partite abbiamo dovuto cambiare strategia difensiva. Lo abbiamo aggredito a tutto campo, cercando di anticiparlo già sulle rimesse da fondocampo. L’obiettivo era tenerlo lontano dalla palla. Abbiamo usato Batiste e Hatzivrettas per raddoppiarlo in mondo da ostruirgli la visuale. Nonostante questo è riuscito a prendersi dei tiri con grande rapidità d’esecuzione. Bravo lui

Zeljko Obradovic

Siamo partiti parlando dei playoff del 2009 tra la Mens Sana e il Panathinaikos e lì dobbiamo ritornare. Quella serie di quattro partite T-Mac la chiuse a 35 punti e 37 di valutazione di media. Quella serie però fu anche la Guernica di McIntyre: un capolavoro frutto della frustrazione e dell’impotenza davanti all’inevitabile. Un capolavoro da consegnare ai posteri come testimonianza di un’epoca. Il numero cinque fu trascendentale contro una delle squadre che siede di diritto al tavolo tra le più forti di tutti i tempi: Diamantidis, Jasikevicius, Spanoulis, Batiste, Pekovic, Nicholas e Fotsis tutti all’apice della loro carriera e allenati da Obradovic. Troppo per chiunque. Eppure quella Mens Sana spaventò il Pana in gara 1 in un’ambiente che definire ostile sarebbe un eufemismo, vinse all’Oaka in gara 2, salvo essere travolta in gara 3 e giocarsela fino agli ultimi minuti della già citata gara 4.

Per avere un’idea di che livello di considerazione avesse raggiunto McIntyre in quel periodo possiamo scomodare Jasikevicius e la sua biografia scritta assieme a Pietro Scibetta (“Vincere non basta” se non l’avete già sul comodino dovreste provvedere alla svelta):

“Poi c’era Spanoulis e la sua smania di competere. ‘Voglio strappare la palla a McIntyre!’ disse. Sapevamo che Terrell stava giocando ad altissimo livello, era uno dei playmaker più forti in circolazione e Vassilis lo aspettava al varco. Il senese segnò i suoi punti, ma vincemmo noi (…) Vincere due volte in tre giorni a Siena era una grande impresa. Noi ce l’avevamo fatta. Avevamo visto giusto: eravamo veramente i più forti”.

Chiunque abbia assistito a quella serie ha stampato a caratteri indelebili nella mente ciò che quelle due squadre fecero in campo. Partite incredibili sempre giocate sul filo dell’equilibrio tranne che per la sola gara 3. Il basket europeo al suo meglio.

IL DOLORE

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È un buon difensore, ha una struttura fisica solida. O gli tiri sopra la testa o fai fatica. Con McIntyre l’idea è sempre quella di mandarlo nel traffico, ma la sua massima pericolosità la raggiunge quando gioca il pick and roll in transizione: è lì che la sua percentuale da tre raggiunge l’apice

Ettore Messina

Una persona può andare contro la logica fino a un certo punto. Dopodiché arriva qualcuno o qualcosa a presentarti il conto. Il fisico di McIntyre negli anni senesi è stato messo a dura prova da scontri, contatti e sfide contro giocatori tutti con un tonnellaggio in media doppio rispetto a lui, alla fine ha ceduto. Dopo l’addio a Siena da eroe con l’Mvp delle finali 2010 in mano e l’approdo a Malaga niente è più stato lo stesso.

Tutto semplice no?
Tutto semplicissimo, parte 2

Non è un mistero che per monetizzare il proprio status McIntyre avrebbe dovuto lasciare Siena almeno un anno prima; questo non è successo, sia per volontà del club che sua. Alla fine però si è dovuto accontentare di una squadra di medio livello europeo, arrivandoci in condizioni che non gli permettevano più d’esprimersi, anche se lasciando qualche bel ricordo. Prima è arrivato l’infortunio al piede destro, poi i problemi all’anca che sono cominciati poco dopo. Con l’arrivo a Bologna sono peggiorati esponenzialmente e, pur permettendogli qualche breve sprazzo, non l’hanno più abbandonato. Come Bonaparte anche McIntyre era un generale dal passato glorioso, sballottato da una parte all’altra d’Europa e seguito dal ricordo dei tempi che furono.

Alla fine il ritiro è diventato inevitabile.

Ancora oggi Terrel deve fare i conti col persistente dolore all’anca, con cui riesce a convivere solo grazie alla ginnastica quotidiana. Prima o poi un’operazione sarà inevitabile ma intanto prova a fare i conti con quel futuro che preoccupa ogni ex atleta. Con la figlioletta Siena che ormai ha sette anni e il più giovane Emory di 3, McIntyre ha deciso che era ora di tornare sui banchi di scuola e concludere il percorso di studi che aveva interrotto per costruire la sua carriera nella pallacanestro. Ad agosto ha dato gli ultimi esami e ha portato la sua famiglia a Clemson per la cerimonia di laurea. Lo stesso college che dal 1995 al 1999 aveva portato così in alto da fargli meritare l’ingresso nell’Hall of Fame dell’ateneo nel 2007, gli ha quindi consegnato l’ennesimo riconoscimento.

Mentre McIntyre pensa al futuro a Siena ci sarà sempre una canotta numero 5 attaccata al soffitto del palazzetto a ricordare un passato che non si può cancellare.

(Un enorme ringraziamento a Paolo Lazzeroni per le foto)

Alla prossima.

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Tre indizi

120 minuti giocati nella stagione della Mens Sana.

Pochi per avere un’idea chiara e definita di cosa ci aspetta in questo campionato, abbastanza però per poter intravedere quali sono i punti di forza e quelli su cui lavorare. Tre partite o indizi che non fanno ancora una prova ma che ci hanno consegnato alcuni spunti di riflessione:

  • Roberts sta recuperando fisicamente, ma già ora pare fuori categoria. Resta il dubbio su quanto riuscirà a essere costante nell’arco della stagione.
  • Diliegro ha mani e movimenti che pochi pivot in questa categoria possono sfoggiare, la mobilità post infortunio però lo limita molto, soprattutto in difesa.
  • Borsato è essenziale per le tante piccole cose che fa nella partita, oltre a segnare quei tiri spesso fondamentali.
  • Bryant deve capire qual è il giusto equilibrio tra il guidare l’attacco e sfondare un muro difensivo a craniate.
  • Tra i giovani nel roster Cucci è quello che si è fatto trovare più pronto, vuoi per i problemi di Diliegro, vuoi perché difensivamente è un fattore.

Sono pochi spunti raccolti alla rinfusa, a cui si potrebbero aggiungere molti altri, e che possono essere messi in discussione già dalla prossima partita, dato il campione ridotto di gare su cui si basano. Soprattutto sono aspetti che andranno messi alla prova quando arriveranno quelle inevitabili difficoltà che durante una stagione si presentano sempre.

L’ATTACCO

Entrando più nel dettaglio possiamo dire che in questo primo scorcio di stagione la Mens Sana ha fatto vedere lampi di ottimo basket in attacco. Esempi di buona circolazione di palla, di solito in corrispondenza di momenti in cui erano presenti in campo molti elementi della panchina; non perché la presenza degli americani o il quintetto di partenza impediscano un corretto movimento del pallone, ma perché in assenza dei suddetti è ancora più importante ridurre al minimo i palleggi affinché si creino dei vantaggi da sfruttare.

Il concetto dell'importanza di Borsato di cui sopra
Il concetto dell’importanza di Borsato di cui sopra

In questo caso per esempio con un semplice blocco i biancoverdi sono riusciti a liberare spazio per la tripla di Borsato, complice anche una disattenzione del difensore che si aspettava il taglio.

Passaggi, non palleggi. Passaggi, non palleggi.
Passaggi, non palleggi. Passaggi, non palleggi.

Ancora nella partita contro Scafati e ancora con in campo il trio Borsato-Cacace-Bucarelli abbiamo visto probabilmente una delle migliori azioni offensive di queste tre partite. Tre palleggi e sei passaggi tra Cacace, Diliegro e Bucarelli hanno formato un triangolo quasi perfetto, il tutto per liberare il tiro da tre di quest’ultimo, costruito con metri di spazio.

Qualche esempio di buoni attacchi costruiti con pazienza e facendo girare la palla, ribaltando il lato e sfruttando i vantaggi che venivano costruiti. Fondamenta su cui provare a costruire qualcosa di solido, soprattutto quando verranno messe a dura prova da difese che si adegueranno sempre di più alle caratteristiche dei biancoverdi.

TRANSIZIONE DIFENSIVA

Se poi voltiamo lo sguardo dall’altra parte del campo vediamo altre buone notizie: attualmente la Mens Sana è la sesta difesa del suo girone con 71.3 punti subiti di media a riprova di quello che diceva Ramagli in pre-stagione, ovvero che questa è una squadra che dovrà fare la differenza nella propria metà campo. Certo che la condizione fisica ancora non eccellente di alcuni giocatori non permette di poter difendere al meglio in ogni circostanza. Per esempio in queste prime partite abbiamo visto come la transizione difensiva possa essere un problema. Un problema che per esempio non emerge contro squadre come Casale che giocano a ritmi non elevati e che corrono poco, ma che contro Scafati è emerso di frequente.

Ouch
Ouch

Qui sopra vediamo una situazione di transizione di Scafati che parte da rimbalzo difensivo, cioè quando dovrebbe essere più controllabile rispetto a una palla persa. Eppure con un semplice blocco e cambiando lato al pallone la Givova è riuscita a costruire un tiro da tre pulito e piedi per terra.

Correre: bene. Correre senza riflettere: meno bene.
Correre: bene. Correre senza riflettere: meno bene.

In questo caso invece la Mens Sana era riuscita a scatenare un contropiede avversario da una propria transizione offensiva. Dopo aver preso un tiro fuori equilibrio e con l’uomo in faccia infatti Roberts si attarda sulla linea di fondo, mentre il suo marcatore sprinta in attacco, causando un 2vs2 che si trasforma in un 1vs0 quando passa alle spalle di Bryant. Inutile dire che contro squadre che corrono così tanto e così bene è essenziale che ciascun giocatore recuperi la posizione difensiva il più velocemente possibile.

Mayo nella sua miglior interpretazione di "Prova a prendermi"
Mayo nella sua miglior interpretazione di “Prova a prendermi”

Qui sopra invece quello che sembrava un tranquillo rientro difensivo si trasforma improvvisamente in una situazione d’emergenza grazie a un’accelerazione di Mayo. Il risultato finale è un fallo e canestro provocato ancora una volta da una disattenzione del singolo, in questo caso Bryant non solo non riesce a contenere la penetrazione di Mayo (non facilissimo a onor del vero), ma ancor più grave rimane fermo a guardare sotto canestro dopo che Mayo ha passato la palla. Il recupero successivo è troppo tardivo per poter essere efficace, nel frattempo Udom era uscito in marcatura su Mayo liberando il suo uomo sotto canestro e creando un altro vantaggio per Scafati. Sono tutte piccole situazioni che nel computo finale della partita hanno avuto un peso specifico importante, soprattutto perché provengono da errori evitabili e di superficialità. È anche vero però che la transizione difensiva è uno degli aspetti più complicati da allenare, visto che si tratta quasi sempre di una situazione d’emergenza in cui l’attacco può sfruttare un vantaggio marcato.

LA DIFESA DEL PICK AND ROLL

Più complicata al momento pare la gestione difensiva del pick and roll degli avversari, che ha spesso provocato grattacapi ingenti a partire da disattenzioni. Come per esempio nell’ultima partita contro Casale, squadra quadrata che sa benissimo come attaccare al meglio per provocare il maggior numero di danni agli avversari.

Grossi no
Grossi no

Qua sopra vediamo un pick and roll con Ranuzzi che difende sul palleggiatore. L’errore è del capitano biancoverde, che sul blocco passa dietro al palleggiatore, di fatto mettendosi alla sua mercé. Da quella posizione infatti non può né prevenirne la penetrazione né impedire l’eventuale passaggio per il bloccante, che infatti arriva puntuale generando un tiro dalla media completamente smarcato.

Bene su un blocco, malino sul secondo
Bene su un blocco, malino sul secondo

Anche a Scafati c’erano state situazioni al limite. Per esempio in questo caso Borsato passa sopra il primo blocco di Simmons, che riblocca, questa volta generando il vantaggio che Mayo è bravo (molto bravo, va detto) a sfruttare. Marini è costretto a chiudere la penetrazione del numero 16, ma l’aiuto dal lato debole di Cucci sul taglio di Simmons arriva con quel secondo di ritardo che è fatale. Pochi dettagli, ancora una volta decisivi tra una buona difesa e un canestro subito.

In tre su Mayo, troppa grazia
In tre su Mayo, troppa grazia

In quest’altro frangente invece il blocco di Baldassarre apre la strada alla penetrazione di Mayo, su cui vanno a chiudere tre biancoverdi. A questo punto Mayo ha fin troppo vita facile nel riaprire per la tripla dall’angolo del compagno. Anche qui è questione di dettagli: Cucci fa un mezzo passo di troppo verso Baldassarre e ciò spalanca la strada verso il canestro per Mayo; a questo punto Marini è costretto ad aiutare, lasciando libero il suo uomo, e la tripla è servita.

Un errore non fa una prova, anche perché Cucci si è dimostrato uno dei migliori interpreti difensivi a disposizione di Ramagli. In certi frangenti meglio di Diliegro, i cui problemi fisici ancora ne limitano la mobilità laterale quando si tratta di difendere certe situazioni. È apparso evidente contro Casale, quando le sue condizioni erano particolarmente critiche, a detta dello stesso coach.

Bene lo show, meno bene il recupero
1) Bene lo show, meno bene il recupero

Contro la squadra di Ramondino in almeno due occasioni il recupero troppo lento di Diliegro sul proprio uomo dopo il blocco ha causato tiri puliti degli avversari.

2) Bene lo show, meno bene il recupero
2) Bene lo show, meno bene il recupero

Qui sopra Ranuzzi è costretto ad aiutare in area sul recupero di Fall, liberando la tripla in angolo. Praticamente la stessa identica situazione dell’azione precedente. Ancora, piccoli dettagli che costano tre punti, piccoli dettagli essenziali.

"L'avrò chiuso il gas? ... Oh ma che fa tira??!
“L’avrò chiuso il gas? … Oh ma che fa tira??!

Anche Latina ci ha dimostrato come basti una frazione di secondo di distrazione per fare la differenza tra una bella difesa e una tripla in faccia. Si ritorna al punto dell’intensità e della concentrazione, che per questa squadra devono sempre essere al massimo.

Siamo a malapena nel primo mese di campionato e quello che ho scritto qui sopra potrebbe venire stravolto e diventare inutile già nel prossimo. Certo è che per una squadra che ha un così breve vissuto assieme quello che sta facendo questa Mens Sana fa ben sperare per il futuro, anche perché sembra sempre più una squadra costruita con lucidità e logica.

Ora finiamola con questi discorsi e passiamo al vero highlight di questa prima parte di stagione, ovvero Cagnazzo che si lamenta in panchina dopo essere stato ufficialmente richiamato dagli arbitri.

Come si fa a non amarlo?
Come si fa a non amarlo?

Alla prossima.

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Guida galattica per la Mens Sana 2015/2016

Per presentare la nuova stagione della Mens Sana diamo il benvenuto su P&C a un ospite di lusso. Compagno di banco al palazzetto e habitué delle colonne del Corriere di Siena, con Nicola Panzieri abbiamo deciso di fare una chiacchierata sulla squadra che sta per esordire contro Latina in Viale Sclavo. 
Quello che segue è un serio discorso non serio su aspettative, premesse e possibilità dei biancoverdi in questa nuova rampante A2.

Francesco: Per quanto mi riguarda questa squadra mi pare costruita con criterio, soprattutto considerando che i soldi sono pochi e che viviamo con la spada di Damocle dello sponsor che non c’è. Però è giovane, atletica, corre, salta s’impegna e ci crede. Le premesse sembrano buone per un campionato dignitoso. Cosa intendo per dignitoso? Intendo una salvezza tranquilla, magari qualche soddisfazione tolta, sperando meno patemi possibili. Sarà complicato ma non mi sembra impossibile. Nel frattempo in caso di assenza prolungata di sponsor propongo di scrivere sulle maglie “VENDESI SPAZIO PUBBLICITARIO”

Nicola: Parto con una domanda: ma questa squadra è corta o è lunga? Lo chiedo perché, proprio per le incertezze economiche di cui sopra, siamo partiti con la necessità di azzeccare i due USA e appiccicare intorno a loro una truppa di ragazzini o mestieranti. Però penso che tra le indicazioni più positive per Ramagli in questa pre season ci sia il fatto che a turno ogni giocatore a disposizione del coach livornese ha dimostrato di poter non soltanto tenere il campo, ma anche incidere in certi momenti. Ovviamente questo non fa della Mens Sana una squadra già pronta per lottare ai vertici. I ragazzi sono ragazzi, nel bene e nel male. Non è giusto chieder loro da subito di essere continui su livelli alti di rendimento. Però credo che questa truppa nella giornata giusta non debba avere paura di nessuno, ecco, l’ho detto!

Ah, lo sponsor… ma vuoi proprio parlare dello sponsor? Anche la maglia potrebbe essere un astuto espediente di marketing, magari per pubblicizzare questo

Francesco: No no, stiamo alla larga dal tema sponsor. Però penso tu abbia centrato un punto importante, rispetto alle premesse di inizio estate la squadra pare più solida rispetto a “qualche raccattato messo accanto a due americani”. Poi sarà il campo a dirci la verità

ALEX RANUZZI

Ranuzzi

Nicola: Beh, è il capitano della Mens Sana, è biondo, ha gli occhi azzurri, ha scritto un romanzo e d’estate si diletta con la tavola da surf. Lo odio, in pratica…

Francesco: Mi pare giusto. Lo ammetto, sono una vedova di Pignatti. Per me come capitano quest’anno avrebbe fatto molto comodo, però sulle situazioni personali c’è poco da fare. Capitan Ranuzzi raccoglie il testimone partendo dal fatto che è stato uno dei migliori della passata stagione. Torna nel campionato che gli compete e io uno come lui capace di giocare in 1vs1, spalle a canestro, di andare a rimbalzo e di difendere nella mia squadra lo voglio sempre.

Nicola: Scherzi a parte, la natura di Alex è proprio quella di essere un giocatore di squadra e uno di quelli a cui sul campo puoi chiedere quasi tutto. Un ideale collante per una squadra in cui non deve essere un primo violino. Poi ha le palle e ho sempre negli occhi le sue bombe nella serie contro Livorno. Come capitano è da testare: ce lo vedo, anche se è uno a cui ogni tanto in partita capita di “scapocciare”.

Francesco: Quest’ultimo aspetto è quello che mi fa un po’ più paura, alla fine deve fare da balia a cinque ragazzi e un americano che mette per la prima volta piede in Italia. Se gli piglia bene li rivolta…

Nicola: Però il gruppo quest’anno pare comunque di più semplice gestione rispetto all’anno scorso. Lì le dinamiche erano oggettivamente particolari. Quest’anno alla fine le gerarchie sono più chiare, quindi vedo un po’ meno confusione…

Francesco: Si via, a ora paiono tutti bravi ragazzi con tanta voglia di fare bene e giocarsi al meglio questa possibilità (che è una grande possibilità per tutti a prescindere dagli obiettivi). Alex indicaci la via.

DANE DILIEGRO

Diliegro

Francesco: Diciamo che Diliegro è l'”operazione Parente” del 2015-2016. Giocatore da recuperare e che sta continuando la riabilitazione, in questa pre season ha già fatto vedere sprazzi interessanti ma è da testare il suo ritorno sul parquet in una partita che conta. Credo che lo staff continuerà il suo graduale reinserimento senza forzare troppo. Però è grosso, ha mestiere e pare sappia fare il suo; se recupererà al 100% sarà una discreta ancora di salvezza per quando Marini e Cucci non riusciranno a reggere l’impatto sotto i tabelloni (e a questo livello di momenti del genere temo ce ne saranno tanti)

Nicola: A questi livelli è una specie rara: il pivottone puro. La speranza è che possa rimanere sano, ma la sua potrà essere una presenza condizionante. Non sono molti i lunghi in categoria che possano vantare il suo impatto fisico. È la nostra risposta a Crosariol. Nello scampolo di amichevole con Pistoia onestamente ha fatto fare diverse figurette a Kirk (che ho definito un Tim Kempton, ma gollo…). Ovviamente dovrà adattarsi contro altri tipi di lunghi: penso ad esempio al Mosley di Latina, prossimo avversario. Però, parliamoci chiaro: passeresti volentieri su un suo blocco?

Francesco: E io che credevo che la risposta più giusta a Crosariol fosse l’eroina… Ah, Naturalmente quando si parla di blocchi si parla di cose del genere

Nicola: almeno…

STEFANO BORSATO

Borsato

Francesco: Le volte che l’ho visto mi ha fatto una buona impressione: ottimo tiratore, capace di giocare in più ruoli, può dare fiato a Truck come portatore di palla, esce bene dai blocchi per tirare e un bel po’ di esperienza alle spalle che in un gruppo del genere non fa mai male. Potrebbe essere quel tiratore che lo scorso anno ci sarebbe servito più del pane. Non sarà il giocatore su cui gireranno le nostre fortune, ma potrebbe rivelarsi il classico tuttofare per ogni situazione.

Nicola: Completamente d’accordo, la sua conoscenza del campionato e la sua capacità di sdoppiarsi nei ruoli degli esterni ne fanno un equilibratore fondamentale. Ammetto che ho commesso l’errore madornale di guardare il video del suo allenamento su Youtube prima che arrivasse a Siena. Quel video in cui ne mette circa 600 in fila dalla lunga. Da allora mi aspetto che affronti ogni errore al tiro come un samurai di fronte al fallimento della propria missione

Francesco: Mi aspetto anche che qualcuno si alzi dagli spalti urlando: “OH! MA SU YOUTUBE LI METTEVI TUTTI!”

LORENZO BUCARELLI

Bucarelli

Francesco: Ecco, non è che su Bucarelli ho aspettative alte. È che su di lui ho le stesse aspettative di quando il mondo ha saputo che usciva uno Star Wars 7. Lo so, è giovane (classe ’98 dio quanto sono vecchio), ha ancora tanta strada da fare eccetera. Ma può davvero essere una delle note positive di questa stagione, il talento c’è, il fisico c’è, l’atletismo per reggere a questi livelli c’è in abbondanza. Curioso di vedere il lavoro che Ramagli porterà avanti con lui

Nicola: Parliamo dell’amichevole contro Pistoia. Parliamo di una partita in cui Lorenzo non ha praticamente mai guardato il canestro. Eppure per brevi tratti secondo me ha dominato, confrontandosi quasi sempre contro gli americani di Esposito. Freniamo subito gli entusiasmi: è un giocatore tutto da costruire, per carità. Però anche quando fa qualche cazzata (lo posso dire?), si vede che ha una fluidità istintiva nel fare le cose sul campo di basket che hanno solo quelli che possono diventare grandi. Ho detto “grandi”, non “buoni”. Ma ho detto anche “che possono diventare”, non “che diventeranno”. Sinceramente sullo staff costruito quest’anno dal punto di vista dello sviluppo dei giovani ho grandi aspettative.

Francesco: Tra le mani qui abbiamo un 17enne che ha tutte le carte in regola per giocare in A2. Detta così sembra follia però è la verità, poi uno dice che non deve avere aspettative…

MATTIA UDOM

Udom

Francesco: Secondo te sbaglio se dico che Udom potrebbe essere una delle chiavi di volta della stagione della Mens Sana?

Nicola: Assolutamente no. Anche perché il Mattia Udom che vedremo a partire da domenica è la versione Super Saiyan di quello che conoscevamo. L’anno sotto coach Crespi, con il campo assaggiato anche in Europa e gli allenamenti contro grandi giocatori hanno posto le basi per il lavoro svolto lo scorso anno da Franco Ciani (altro grandissimo coach). Il risultato è che un giocatore fondamentalmente senza ruolo sta iniziando solo ora a grattare la superficie del proprio potenziale. Non diventerà Mirotic, però ha tiro ed atletismo superiore per la categoria. In palleggio in queste partite gli ho visto fare cose che un paio di anni fa avrebbe faticato a replicare con la playstation. Probabilmente gli manca un po’ di cattiveria, ma se arriva anche quella, allora sono veramente cazzi per tutti. Avrà pause e black out, non se ne discute, però ha le carte in regola per farsele perdonare.

Francesco: Mi pare che lui per primo sappia quanta strada ha fatto in questi anni e quanta ancora ne abbia da fare. I miglioramenti sono evidenti, come le lacune che ancora lo accompagnano. Hai fatto bene a parlare della cattiveria, come del resto deve migliorare nelle conclusioni nel traffico o nel farsi valere sotto canestro visto che le capacità per farlo ce le ha. Sul ball handling miglioramenti pazzeschi in due anni che possono tornare utili, un lungo che apre il contropiede dal palleggio e non col passaggio ce l’hanno in pochi, ed è una di quelle cose in grado di creare il panico nelle difese avversarie (Spencer Nelson do you hear me?)

ALBERTO CACACE

Cacace

Francesco: Quando l’ho visto la prima cosa che mi è venuta in mente è stata “colonnino di Piazza”. Fisico imponente rispetto all’età, sulla carta può marcare più ruoli, la mia domanda è: li può marcare bene? Devo ancora inquadrarlo ma per il ruolo che ricoprirà non gli vengono chieste grandi cose. Solo di farsi trovare pronto (cosa non facilissima a quell’età) e di tenere botta nella nostra metà campo. Vedremo, per me uno dei punti interrogativi di questo roster su cui sospendo ogni valutazione per aspettare qualche mese.

Nicola: Tra tutti i giocatori era quello che conoscevo di meno onestamente. È giovane, ma non gioca esattamente come un giovane, per quello che ho visto. Non si tira indietro quando c’è da combattere e mi pare che abbia la mentalità per andare a cercare nelle pieghe della partita quello che non arriva dalla porta principale. Sono doti fondamentali per il ruolo che avrà, così come la difesa. Ramagli credo che gli riserverà più di un bercio, ma ha l’aria di poter essere una solida parte della rotazione.

Francesco: Anche perchè credo entro fine anno avranno tutti una pettinatura diversa a causa dei berci di Ramagli…

LEONARDO MARINI

Marini

Francesco: Anche qui, per quanto abbiamo visto non ci possiamo lamentare. Ma si parla sempre di basket estivo e quindi lascia il tempo che trova. Come reagirà quando cominceranno a volare i gomiti? Considerando i problemi di Diliegro sarà fondamentale soprattutto nella prima parte di stagione. Ma cosa possiamo aspettarci e quanto? Non saprei, “lo scopriremo solo vivendo” (stracit).

Nicola: Forse tra tutti è il punto interrogativo più grande. In primis perché il suo titolare Diliegro ha la grande incognita degli infortuni. La seconda perplessità l’hai citata te e riguarda l’impatto fisico. Il suo tiro è veramente notevole per meccanica, rapidità d’esecuzione e, pare, anche precisione; sarà un’arma tattica importante, ma dovrà aggiungere altro se vuole salvarsi dall’ira funesta di Ramagli (sotto un suo sguardo dopo un extra possesso concesso)

VALERIO CUCCI

Cucci

Nicola: Per essere un futuro economista ha già un discreto impatto in campo. Anche lui rientra nella tipologia di giocatori che serve per uscire dalla panchina: ha energia e voglia di sbattersi. Probabilmente avrà un discreto minutaggio, per cui sarà importante che riesca a mantenere un certo standard di rendimento. Tecnicamente ha i suoi limiti, ma anche su di lui si può lavorare e la testa a mio parere fa ben sperare.

Francesco: Buone le ultime uscite (contro Ferrara 11 punti e 8 rimbalzi giusto per dire) e aveva fatto bene anche contro Varese, cioè contro lunghi di categoria superiore. Altro giovane che per fare davvero bene dovrà crescere durante la stagione, credo che lo attenderanno tempi duri nei primi mesi ma il potenziale per sorprendere c’è.

DARRYL BRYANT

Bryant

Nicola: È arrivato come “Truck” ed è già stato ribattezzato “Tir”. A me piace chiamarlo “Robustino”, per via dellla sua corporatura gracile e slanciata. Ha segnato il canestro della vittoria nelle prime due amichevoli, facendo intendere che non gli manca certo la personalità. Non è un playmaker classico, ovviamente, ma sembra poter avere carisma e mentalità da “floor general” come dicono dove hanno inventato il giochino. In penetrazione non teme alcun contatto grazie alla blindatura e il tiro, soprattutto se si mette in ritmo col palleggio, è terrificante da vedere ma tutto sommato da rispettare. Ho qualche perplessità sulla difesa, ma per il resto secondo me ci siamo, nessun dubbio. Potrebbe finire la stagione con più soprannomi di Apollo Creed, cosa che potrebbe complicare la vita al Marchini…

Francesco: Come si fa a volere male a uno che si fa chiamare “Truck” e pubblica su Instagram gli screenshot dei suoi tweet? Uno che nel giro di due partite piazza due buzzer beater nei primi scampoli di partita giocata. Che giochi a un altro sport rispetto agli altri pare abbastanza evidente, come il fatto che non appena comincerà il campionato la realtà lo colpirà in piena faccia. Qui non siamo in Repubblica Ceca e mi sento abbastanza sicuro di dire che questa A2 sia la seconda lega nazionale più competitiva d’Europa. Ma è comunque una PG veloce, che regge i contatti sotto canestro e che è in grado di chiudere nel traffico. Proprio per questo spero non sia troppo innamorato del suo jumper, che mi pare un tantino ondivago. Ah dimenticavo la visione di gioco, ha pure quella e direi di una qualità elevata.

CHRIS ROBERTS

Roberts

Francesco: Credo che Roberts sia il giocatore in grado di far fare a questa squadra il salto di qualità. Uno abituato a ben altri scenari che viene da una brutta annata e con tanta voglia di rivalsa. Qui la visibilità non gli mancherà e la storia del pagamento in diamanti della Dpi in questo lo aiuterà ulteriormente. Se tornerà quello visto a Caserta sarà l’affare dell’anno e un crack in grado di cambiare i destini della Mens Sana, se si confermerà quello visto in Francia saranno dolori. Sono curioso di vedere se oltre alle qualità tecniche avrà anche la capacità di prendersi la squadra per mano quando conterà.

Nicola: Di lui si è parlato quasi solo per via dei diamanti (testimonianza della validità dell’operazione di marketing) e questo non va bene per niente… Tifosi senesi, sveglia! È finita la carestia delle schiacciate! Non dobbiamo più pregare in ginocchio che Ranuzzi o Paci si involassero in contropiede. Questo la schiacciata la può piazzare in ogni momento e contro chiunque. Sinceramente fatico a trovare in questa A2 allargata giocatori (a parte Daniel della Effe) con il suo pedigree. Ok, viene da un’annata no e da un’infortunio, ma vi ricordate le due gare giocate con la maglia di Caserta contro la Mens Sana di Crespi? Ecco, io sì. E bene. È chiaramente un giocatore fuori categoria: per classe ed atletismo vale le prime 10/20 posizioni nella lega in ogni settore statistico. Ciò nonostante, vedo più Bryant di lui con le chiavi della squadra in mano…

E questo è quanto, in attesa della palla a due di Mens Sana-Latina diamo quindi un in bocca al lupo ai giocatori e ai tifosi biancoverdi per questa nuova stagione.

Alla prossima.

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