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Ramagli, l’uomo che attese

 Si dice che, ai tempi della Mens Sana di Banchi, Ramagli fosse la richiesta dell’ex coach dell’Olimpia per sedergli accanto in panchina. In seguito Viale Sclavo girò su Crespi, ma la storia tra Ramagli e la Mens Sana fu solo rimandata.

Quest’estate il coach livornese ha aspettato. Ci sono state società che si sono fatte avanti, hanno offerto soldi, tanti soldi. Lui ha aspettato. Voleva una squadra. Voleva una piazza. La voleva da anni ormai e sapeva che questo era il momento in cui gli astri si potevano allineare. Da una parte lui, coach con esperienza trentennale e tra i migliori in Italia. Dall’altra una società ripartita dalle ceneri di sé stessa. Un’araba fenice che però necessitava di una guida, in grado di portarla attraverso le insidie di un’A2 più agguerrita che mai.

Alla fine gli astri si sono allineati per davvero. Ramagli è diventato il capo allenatore della Mens Sana, realizzando quel “piccolo sogno” che si portava dietro da tanto tempo.

Quando è stato il momento in cui ha capito che c’era la possibilità concreta di allenare la Mens Sana?

“In realtà il primo incontro che abbiamo fatto è stato il 3. Prima abbiamo avuto solo un mezzo pour parler con Lorenzo, ma molto informale. Più che altro l’incontro significativo è stato quello con Piero Ricci lunedì”.

In conferenza stampa infatti aveva detto che è stato dopo aver parlato con Ricci che si è definitivamente convinto.

“Perché lui rappresenta la Polisportiva e quindi è il garante di tutte le operazioni. Considerata la situazione di risorse limitate era importante sentire dalla viva voce di chi ha queste responsabilità le garanzie per la bontà di questo programma”.

L’assenza di un budget ancora non definito non l’ha fatta tentennare?

“È normale avere dei dubbi, perché anche se decidi di pancia poi devi fare i conti con la realtà. E questo significa entrare in un mercato difficile, che quest’anno abbraccia trentadue squadre, e farlo con delle risorse che al momento non sono stabilite con precisione. Però alla fine ha prevalso l’aspetto emozionale, sono convinto che quando ti fai guidare dall’istinto spesso e volentieri fai la cosa giusta”.

La scorsa stagione a Verona si è conclusa in modo amaro, questo avrà dei riflessi sulla prossima?

“Secondo me si, dovunque fossi andato credo che il modo in cui la scorsa stagione è finita avrebbe rappresentato un plus per la mia destinazione. C’è tanta rabbia repressa per una stagione incredibile in cui abbiamo vinto venticinque partite su ventinove, più le due di Coppa Italia, una stagione da incorniciare finita in modo inaspettato e troppo presto. Questo ha fatto maturare tanta rabbia e tanto desiderio di rivalsa, che mi porterò dietro nella prossima stagione”.

Cosa rappresenta Siena per Ramagli in questo momento?

“Rappresenta un programma/scommessa. Perché è vero che è una scommessa, vista la situazione molto particolare, ma è anche vero che dietro c’è un programma che vuole rilanciare la Mens Sana verso palcoscenici più importanti. Un programma che vuole percorrere tutte le tappe necessarie facendo il passo secondo la gamba. Se è vero che c’è l’incertezza della scommessa allo stesso tempo c’è la garanzia di un programma, e delle persone che lo stanno portando avanti, che ha rappresentato un elemento importante per la mia decisione”.

Ha lavorato accanto a Banchi e Crespi, due allenatori diversi che però hanno entrambi lasciato un segno importante a Siena, cosa si porta dietro di quelle esperienze?

“Li considero sicuramente due tappe fondamentali della mia crescita come allenatore. Con Luca sono stato dieci anni al Don Bosco, lo considero un fratello minore perché è di un anno più piccolo di me, ma di fatto dal punto di vista cestistico è un fratello maggiore che mi ha insegnato tante cose. Marco è sicuramente uno dei pochi geni della pallacanestro italiana, aver condiviso con lui delle tappe importanti della mia carriera la considero una fortuna”.

Che idea si è fatto di Siena, e di come viene vissuto il basket qui, vedendola per tanti anni da avversario?

“Ero un avversario, ma un avversario particolare perché toscano. Della città avevo un po’ di conoscenza indiretta, tra l’altro anche dal punto di vista familiare ci sono state delle connessioni. La cosa che avvertivi era questa passione viscerale che la gente aveva per questo sport. C’era una sorta di invidia bonaria verso chi aveva la fortuna di lavorarci. Esserci arrivato per me rappresenta un piccolo sogno realizzato”.

Se per Ramagli Siena rappresenta un sogno realizzato cosa rappresenta Ramagli per Siena in questo momento?

“Significa avere una persona con un forte carico emozionale, per due motivi: il modo in cui si è chiusa la mia stagione a Verona, che mi dà una spinta significativa, e poi il fatto di essere arrivato a Siena. E poi significa avere un allenatore che ne ha viste diverse, alleno da vent’anni quindi questo significa continuare il programma di crescita con un coach che ha un po’ di esperienza da mettere sul tavolo”.

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Come sono stati i primi confronti con Mecacci?

“Non nascondo che c’eravamo sfiorati diverse volte a livello professionale. Non per lavorare insieme, ma perché ci siamo conosciuti un bel po’ di anni fa, e tutte le volte che l’ho incontrato ho avuto l’impressione di una persona molto in gamba, molto professionale e molto preparata. Non sarei mai venuto qua se non ci fosse stata una totale concordia sul mio nome, e lui poteva senza alcun dubbio rivendicare qualcosa dopo la stagione passata. Però dal primo incontro c’è stata subito questa sensazione di trovarmi davanti a una persona di grande spessore, e sono convinto che il nostro futuro confermerà questa impressione”.

È una situazione inedita quella di un capo allenatore vittorioso che fa un passo indietro accettando di diventare assistente. Può generare tensioni?

“È un aspetto di cui abbiamo parlato esplicitamente. Quando ci siamo incontrati venerdì scorso gli ho detto chiaramente che  solo avessi avuto il dubbio che questa situazione potesse avere uno strascico avrei rifiutato l’offerta. Ma la verità è che ho trovato l’esatto contrario. Ho trovato una persona che mi ha detto che la sua scelta era si di umiltà, ma anche di strategia personale. Mi ha detto che in questo momento rimanere nello staff della Mens Sana come un assistente di particolare significato – perché è chiaro che Matteo non è un assistente normale - con una persona di cui ha grande stima e che può venire qua a trasferire un po’ della sua conoscenza, rappresenta un grande stimolo. Quando ho avvertito queste parole qualunque dubbio è stato subito fugato”.

Quali sono quelle caratteristiche che cerca nei giocatori delle sue squadre?

“Devono avere voglia di giocare insieme, perché se non si gioca insieme non si raggiunge nessun obiettivo e quindi mentalmente c’è bisogno di grande disponibilità. L’altro elemento che cerco sempre è l’energia. Perché la pallacanestro è un gioco in cui gli errori ci sono, ma l’energia permette di rimediare ad alcuni e di nascondere altri. Se giochi senza energia qualunque errore ti punisce e non sei in grado di nasconderli. Quindi credo che l’altruismo e l’energia siano due elementi che a ogni giocatore della Mens Sana non dovranno mancare”.

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Cosa ci dobbiamo aspettare dalla Mens Sana di Ramagli?

“Ci dobbiamo aspettare una squadra che deve combattere in questo campionato. Quest’anno saremo una squadra ‘rookie’, anche se molto particolari perché è un concetto che se associato alla Mens Sana sembra quasi un ossimoro. Siamo una squadra neopromossa che in questo momento può contare su un livello di risorse non altissimo e quindi dovremo combattere. Non possiamo assolutamente guardarci allo specchio o peccare di narcisismo, dobbiamo essere molto duri, molto cattivi e molto concreti”.

Quali sono le più grandi soddisfazioni e le più grandi delusioni che ha vissuto su un campo da basket?

“Aver riportato Pesaro in Serie A è stata una soddisfazione molto significativa. L’altra soddisfazione è stata quella di rivestire il ruolo di capo allenatore della Nazionale Under 18 per due europei. Quando porti in giro il nome dell’Italia non può che essere così. La più grande delusione senza dubbio l’ultima, perché per come la squadra si era espressa nella stagione, per quello che avevamo fatto e dimostrato non mi aspettavo di uscire dai playoff in questo modo”.

Ha sempre parlato di ‘Cacco’ Benvenuti come una delle figure a cui s’ispira, in che modo l’ha influenzata?

“Devo dire in molti aspetti. Intanto mi rivedo in lui dal punto di vista caratteriale e personale. E poi ‘Cacco’ è stato quello che ha tenuto in vita la scuola degli allenatori livornesi quando forse rischiava di cadere nel dimenticatoio. Ha dato a me, Banchi, De Raffaele e Dell’Agnello qualcosa che ognuno di noi conserva nel più profondo della nostra anima. Era una persona che davvero riusciva a trasferirti l’entusiasmo di essere un protagonista in questo sport. Lui è stato un maestro per tutti noi, una figura indimenticabile”.

Cosa l’ha spinta a diventare allenatore e cosa la motiva ancora oggi dopo tanti anni?

“Ho cominciato ad allenare nell’85, sono trent’anni. È stato un caso, giocavo a livello molto basso e il mio capo allenatore dell’epoca, quando smisi, mi chiese di dargli una mano. La passione per questo sport c’è stata da quando avevo dieci anni, è stato un colpo di fulmine, ma allenare invece è stata una casualità come il fatto che allenare sia diventata la mia professione”.

Ha già avuto i primi contatti coi tifosi nel giorno della presentazione, quali sono state le impressioni della piazza?

“Le impressioni sono quelle di un posto in cui non passi inosservato. Di un posto in cui questo sport non passa inosservato. Dove si vuole essere vicini, si vuole sapere, si vuole capire, si vuole che chi ti rappresenta porti il nome della città in alto con orgoglio e con le armi degli umili. Parlando coi tifosi ho visto che sono molto consapevoli che ci aspetta una stagione molto difficile, nessuno di loro pretende qualcosa di particolare a livello di risultato perché siamo la Mens Sana. Ma com’è giusto che sia pretendono che l’impegno e l’atteggiamento sia da giocatori della Mens Sana. Questa è la cosa che si avverte di più, il senso di appartenenza che è fortemente radicato in ognuno di loro, indipendentemente dal fatto che un anno si possa vincere lo scudetto o che si lotti per la salvezza”.

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