Tagged Alessandro Ramagli

1014345_760393507437519_6588902653674808128_n

L’uomo giusto al posto giusto

Era metà Luglio quando con Alessandro Ramagli avemmo la prima lunga chiacchierata. Nelle sue parole si trovavano già quelli che sarebbero stati elementi della stagione che ancora doveva iniziare, soprattutto quando parlava di un programma/scommessa. Una scommessa che sapeva essere rischiosa ma che abbracciò per la volontà di venire a Siena, per quello che questa società rappresentava. A distanza di mesi da quelle parole ne sono successe di tutti i colori; con una società a un passo dal baratro sarebbe stato comprensibile trovare una persona che perlomeno rimpiangesse la scelta ‘di pancia‘ fatta in estate (come lui stesso la definì).

Invece ho trovato un coach forse ancora più motivato a fare bene, nonostante la valanga di notizie terrificanti ricevute negli ultimi tempi e la quantità di pressioni con cui ha dovuto fare i conti. Vedendola dall’esterno ho passato settimane a chiedermi come avesse fatto a tenere sotto controllo la squadra: nonostante voci, rumors, mercato in fibrillazione, stipendi in ritardo la Mens Sana ha vacillato ma non è mai crollata, come ci si poteva umanamente aspettare. È questo che mi ha spinto nel suo ufficio per una lunga intervista che alla fine ruota su un solo grande punto interrogativo: come diavolo ci è riuscito?

10409639_749214558555414_549064839830745832_n

Sono passati otto mesi da quella prima conferenza stampa in cui confessASTI di aver voluto fortemente venire a Siena. In questi otto mesi è successo di tutto, qual è il Tuo bilancio fino ad ora?

“Il mio bilancio è sintetizzato dalla nostra situazione attuale, non tanto sportiva quanto generale. Di fatto sono arrivate al capezzale di questa istituzione talmente tante persone, che non necessariamente hanno un nome e un cognome altisonante, da far capire come la Mens Sana sia nel cuore della città. Non mi ricordo un altro moto spontaneo di queste dimensioni da altre parti che abbia portato al salvataggio di un club. Questo secondo me è la giusta sintesi di quello che al tempo mi dette una spinta in più per accettare di entrare a far parte della Mens Sana”.

Nel soccorso dato alla società haI rivisto i motivi che TI hanno spintO qui?

“Assolutamente si. Finché la vedi dal di fuori ti dicono ‘la Mens Sana è una fede, una passione, la diciottesima contrada’ eccetera. Ci credi, magari lo vedi anche da avversario, ma quando ci sei personalmente avverti un’altra storia. Il modo in cui la gente si è stretta intorno a noi, anche mettendosi le mani in tasca, è stato qualcosa che altrove non sarebbe mai successo”.

A fronte di una stagione che sta andando oggettivamente molto bene c’è stato un singolo momento in cui haI pensato ‘Ok, siamo sulla buona strada, possiamo toglierci delle soddisfazioni’?

“Siamo talmente pazzi che non c’è mai stato un momento in cui abbiamo potuto programmare la nostra stagione. In realtà abbiamo sempre vissuto alla giornata e questa è stata la nostra forza. Certo se dovessi tornare indietro di qualche settimana credo che le tre vittorie consecutive all’inizio del girone di ritorno, anche per il modo in cui sono arrivate, a Latina a Casale e a Reggio Calabria abbiano un po’ svoltato la stagione. Ci hanno proiettato in una zona di classifica che onestamente non pensavamo ci potesse appartenere”.

Fin da inizio stagione avevI detto ‘Se arriviamo in fondo come siamo adesso sarà un fallimento’. Adesso i miglioramenti di giocatori come Bryant, Cucci e Bucarelli, solo per citarne alcuni, sono sotto gli occhi di tutti. Come haI fatto col suo staff tecnico a concretizzare simili passi avanti nel gioco dei singoli giocatori?

“Sia Mecacci che Monciatti mi hanno sempre detto che se noi avessimo puntato l’attenzione sul loro miglioramento, invece che sul raggiungimento di un risultato sportivo, probabilmente avremmo messo nelle loro mani qualcosa di tangibile e fruibile immediatamente. Poi secondo me è più cresciuta la squadra di quanto non siano cresciuti i singoli, credo infatti che ci sarà anche lavoro per il futuro. Secondo me ci sono margini significativi per alcuni giocatori, che poi si rifletteranno sulla crescita della squadra”.

983704_760393457437524_809520084097748547_n

A questo riguardo qual è il giocatore col maggior potenziale inespresso?

“Secondo me tutti hanno del potenziale, ma è chiaro che più sei giovane e più hai cose da imparare e fieno da mettere in cascina. In questo momento abbiamo nel roster due giocatori del ’98, è chiaro che sono due giocatori diversamente interessanti, uno per la sua solidità, l’altro per il suo talento. Sono due giocatori sui quali è stato fatto un investimento significativo da tutta la Mens Sana e quindi mi riferisco soprattutto a loro due. Bucarelli e Masciarelli sono due ragazzi talmente giovani che hanno davvero tanto futuro davanti a loro, hanno le potenzialità per fare una crescita significativa. Poi a scendere tutti gli altri, parlando di chi ha una carta d’identità meno verde”.

Siamo vicini al termine della regular season e tra le squadre passate per Viale Sclavo non ce ne sono molte che giochino un basket più bello di quello della Mens Sana. Come si arriva a questo livello partendo da una base di talento che non è certo eccelsa?

“Non so se siamo una squadra che gioca bene. È vero però che abbiamo cercato di trasformare i disequilibri che c’erano all’interno del nostro roster, legati al modo in cui i giocatori potevano stare insieme sul campo, e abbiamo cercato di farli diventare equilibri. Lo abbiamo fatto anche cambiando in modo particolare la struttura della squadra. Penso ad esempio a Borsato che parte playmaker o Bryant che viene usato da point scorer e da killer, tutte una serie di cose che hanno cambiato la fisionomia della squadra. Credo infatti che una squadra giochi bene a pallacanestro quando al suo interno si stabiliscono degli equilibri. Noi pezzo per pezzo abbiamo chiesto ai giocatori di fare delle cose che erano molto inclini alle loro caratteristiche, ma che messi assieme nello stesso momento avremmo fatto fatica a chiedergli. Far diventare Roberts un creatore di gioco, far diventare Borsato un equilibratore, far diventare Bryant un finalizzatore in modo quasi strutturale ha dato alla squadra degli equilibri”.

Negli ultimi due mesi ha dovuto avere a che fare con una situazione extra parquet molto complicata. Qual è stato il Tuo primo pensiero quando le notizie al riguardo sono iniziate a filtrare?

“Il primo pensiero è stato ‘speriamo che tutto questo possa non avere un’influenza diretta su quello che accade in campo’. Perché poi noi viviamo quotidianamente il campo e nel momento in cui questo viene inficiato da quello che accade attorno diventa molto frustrante. La speranza era che nonostante tutto la squadra non ricevesse un effetto troppo negativo. Direi che fortunatamente fino ad oggi tutti abbiano contribuito affinché questo accadesse il meno possibile e direi che l’andamento del girone di ritorno lo dimostra”.

Come si gestisce una squadra in una situazione simile? È facile a quel punto perdere il controllo, come haI fatto a tenere insieme i pezzi?

“Perché abbiamo tirato la rete che avevamo buttato in acqua il 20 di Agosto. Se da quel giorno fino all’inizio di Febbraio, quando la situazione ha preso quella piega, avessimo seminato male probabilmente al momento di tirare su la rete non avremmo trovato niente. Invece abbiamo seminato bene, in termini tecnici, in termini di rapporti umani, in termini di serietà e onestà e questo fa si che quando la situazione diventa difficile è più probabile che tutti facciano un passo avanti, invece di uno indietro. Ma questa cosa è figlia di quello che è accaduto dall’inizio della stagione fino a quando sono iniziati i problemi”.

12801239_749214331888770_8507748385382040610_n

21 Febbraio, partita a Tortona, brutta sconfitta seguita a un periodo di profonde incertezze. RientrI in spogliatoio e cosa dicI alla squadra?

“Gli ho detto che noi in quel periodo eravamo i migliori sponsor di noi stessi. In una situazione come quella era molto facile dare un’immagine di arrendevolezza e rinuncia, molto meno facile darne una di solidità e voglia di stare insieme. Ma la prima cosa sarebbe stata una pessima pubblicità per noi stessi, invece coesione e stare insieme avrebbe fatto un altro effetto. Quindi anche di fronte a delle oggettive difficoltà, perché in quel periodo lottavamo anche con gli infortuni, alla fine hanno trovato la forza per fare la partita con Agrigento, che è stata un po’ la chiave di volta decisiva per mettere la parola fine al discorso salvezza”.

È stato il momento più complicato DELLA STAGIONE?

“Si, perché quando abbiamo perso due partite di fila all’andata a Omegna e con Tortona era molto difficile, ma non ce ne siamo nemmeno resi troppo conto. Eravamo nuovi di zecca e stavamo pensando alle nostre cose, a come stare in campo, questo ci ha tolto i pensieri di quello che poteva diventare un periodo negativo. Invece le due sconfitte a Tortona e con Omegna sono state più complicate perché si inserivano in un momento particolare della società e della squadra, era la prima volta che eravamo davvero alle corde. Avevamo bisogno di metterci i guantoni davanti alla faccia, prendere due botte, cercando di farci meno male possibile”.

HaI avuto dei contatti finora con la nuova proprietà?

“Molto marginali. Anche la nuova proprietà è espressione di tutte le persone che si sono messe le mani in tasca, immagino quindi quanto sia complicato anche per loro avere a che fare con la gestione ordinaria di una società come questa. Mi sembrano talmente assorbiti dal compito che, al di là dell’ovvia conoscenza, non abbiamo avuto molte occasioni per avere rapporti più dettagliati. Li vediamo assorbiti da queste carte, ma rappresentano una novità con cui ancora non abbiamo preso un contatto diretto e profondo”.

La stagione era partita puntando ufficialmente a una salvezza tranquilla, salvo ritrovarsi ora nelle zone alte della classifica. Te lo aspettavi?

“Secondo me abbiamo offerto alla piazza un obiettivo reale, cioè la salvezza non era un modo di proporre un obiettivo sottodimensionato facilmente raggiungibile. C’erano motivi: una squadra nuova, uno staff nuovo e un campionato completamente nuovo, quindi capirne i picchi in positivo e in negativo era molto difficile. Però di fatto in quella zona di classifica non ci siamo mai stati, questo mi fa pensare che la bontà dei giocatori, quello che abbiamo fatto, il modo in cui siamo cresciuti ci hanno permesso di stare in una dimensione leggermente superiore. Com’è giusto che sia in una programmazione seria cambi obiettivo una volta raggiunto il precedente, noi abbiamo fatto così. Dopo la vittoria ad Agropoli, quando si è aperta la prospettiva di entrare nei playoff abbiamo giustamente alzato l’asticella, individuando un obiettivo difficile ma raggiungibile”.

Cosa ti aspetti da questo rush finale?

“Mi aspetto difficoltà perché questa è una squadra dove ci sono tanti giocatori che una stagione così lunga da protagonisti non l’hanno mai giocata. Mi aspetto le difficoltà del caso, quando fai una cosa nuova hai l’entusiasmo di farla ma ti misuri con qualcosa che richiede uno sforzo fisico e mentale, stare sul pezzo per nove mesi non è come fare una stagione di cinque mesi. Questa è una cosa che dovremo sperimentare tutti insieme, cercando noi più vecchi di far capire quali sono le cose giuste, di proporre dei carichi che siano adatti a una squadra con pochi effettivi e quindi con alle spalle una richiesta fisica importante, provando a usare l’arma dell’entusiasmo per divertirci il più possibile nella parte finale della stagione”.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
11214230_650049161805288_1678502636032642728_n

Ramagli, l’uomo che attese

 Si dice che, ai tempi della Mens Sana di Banchi, Ramagli fosse la richiesta dell’ex coach dell’Olimpia per sedergli accanto in panchina. In seguito Viale Sclavo girò su Crespi, ma la storia tra Ramagli e la Mens Sana fu solo rimandata.

Quest’estate il coach livornese ha aspettato. Ci sono state società che si sono fatte avanti, hanno offerto soldi, tanti soldi. Lui ha aspettato. Voleva una squadra. Voleva una piazza. La voleva da anni ormai e sapeva che questo era il momento in cui gli astri si potevano allineare. Da una parte lui, coach con esperienza trentennale e tra i migliori in Italia. Dall’altra una società ripartita dalle ceneri di sé stessa. Un’araba fenice che però necessitava di una guida, in grado di portarla attraverso le insidie di un’A2 più agguerrita che mai.

Alla fine gli astri si sono allineati per davvero. Ramagli è diventato il capo allenatore della Mens Sana, realizzando quel “piccolo sogno” che si portava dietro da tanto tempo.

Quando è stato il momento in cui ha capito che c’era la possibilità concreta di allenare la Mens Sana?

“In realtà il primo incontro che abbiamo fatto è stato il 3. Prima abbiamo avuto solo un mezzo pour parler con Lorenzo, ma molto informale. Più che altro l’incontro significativo è stato quello con Piero Ricci lunedì”.

In conferenza stampa infatti aveva detto che è stato dopo aver parlato con Ricci che si è definitivamente convinto.

“Perché lui rappresenta la Polisportiva e quindi è il garante di tutte le operazioni. Considerata la situazione di risorse limitate era importante sentire dalla viva voce di chi ha queste responsabilità le garanzie per la bontà di questo programma”.

L’assenza di un budget ancora non definito non l’ha fatta tentennare?

“È normale avere dei dubbi, perché anche se decidi di pancia poi devi fare i conti con la realtà. E questo significa entrare in un mercato difficile, che quest’anno abbraccia trentadue squadre, e farlo con delle risorse che al momento non sono stabilite con precisione. Però alla fine ha prevalso l’aspetto emozionale, sono convinto che quando ti fai guidare dall’istinto spesso e volentieri fai la cosa giusta”.

La scorsa stagione a Verona si è conclusa in modo amaro, questo avrà dei riflessi sulla prossima?

“Secondo me si, dovunque fossi andato credo che il modo in cui la scorsa stagione è finita avrebbe rappresentato un plus per la mia destinazione. C’è tanta rabbia repressa per una stagione incredibile in cui abbiamo vinto venticinque partite su ventinove, più le due di Coppa Italia, una stagione da incorniciare finita in modo inaspettato e troppo presto. Questo ha fatto maturare tanta rabbia e tanto desiderio di rivalsa, che mi porterò dietro nella prossima stagione”.

Cosa rappresenta Siena per Ramagli in questo momento?

“Rappresenta un programma/scommessa. Perché è vero che è una scommessa, vista la situazione molto particolare, ma è anche vero che dietro c’è un programma che vuole rilanciare la Mens Sana verso palcoscenici più importanti. Un programma che vuole percorrere tutte le tappe necessarie facendo il passo secondo la gamba. Se è vero che c’è l’incertezza della scommessa allo stesso tempo c’è la garanzia di un programma, e delle persone che lo stanno portando avanti, che ha rappresentato un elemento importante per la mia decisione”.

Ha lavorato accanto a Banchi e Crespi, due allenatori diversi che però hanno entrambi lasciato un segno importante a Siena, cosa si porta dietro di quelle esperienze?

“Li considero sicuramente due tappe fondamentali della mia crescita come allenatore. Con Luca sono stato dieci anni al Don Bosco, lo considero un fratello minore perché è di un anno più piccolo di me, ma di fatto dal punto di vista cestistico è un fratello maggiore che mi ha insegnato tante cose. Marco è sicuramente uno dei pochi geni della pallacanestro italiana, aver condiviso con lui delle tappe importanti della mia carriera la considero una fortuna”.

Che idea si è fatto di Siena, e di come viene vissuto il basket qui, vedendola per tanti anni da avversario?

“Ero un avversario, ma un avversario particolare perché toscano. Della città avevo un po’ di conoscenza indiretta, tra l’altro anche dal punto di vista familiare ci sono state delle connessioni. La cosa che avvertivi era questa passione viscerale che la gente aveva per questo sport. C’era una sorta di invidia bonaria verso chi aveva la fortuna di lavorarci. Esserci arrivato per me rappresenta un piccolo sogno realizzato”.

Se per Ramagli Siena rappresenta un sogno realizzato cosa rappresenta Ramagli per Siena in questo momento?

“Significa avere una persona con un forte carico emozionale, per due motivi: il modo in cui si è chiusa la mia stagione a Verona, che mi dà una spinta significativa, e poi il fatto di essere arrivato a Siena. E poi significa avere un allenatore che ne ha viste diverse, alleno da vent’anni quindi questo significa continuare il programma di crescita con un coach che ha un po’ di esperienza da mettere sul tavolo”.

11738028_650049285138609_3139969681010616329_n

Come sono stati i primi confronti con Mecacci?

“Non nascondo che c’eravamo sfiorati diverse volte a livello professionale. Non per lavorare insieme, ma perché ci siamo conosciuti un bel po’ di anni fa, e tutte le volte che l’ho incontrato ho avuto l’impressione di una persona molto in gamba, molto professionale e molto preparata. Non sarei mai venuto qua se non ci fosse stata una totale concordia sul mio nome, e lui poteva senza alcun dubbio rivendicare qualcosa dopo la stagione passata. Però dal primo incontro c’è stata subito questa sensazione di trovarmi davanti a una persona di grande spessore, e sono convinto che il nostro futuro confermerà questa impressione”.

È una situazione inedita quella di un capo allenatore vittorioso che fa un passo indietro accettando di diventare assistente. Può generare tensioni?

“È un aspetto di cui abbiamo parlato esplicitamente. Quando ci siamo incontrati venerdì scorso gli ho detto chiaramente che  solo avessi avuto il dubbio che questa situazione potesse avere uno strascico avrei rifiutato l’offerta. Ma la verità è che ho trovato l’esatto contrario. Ho trovato una persona che mi ha detto che la sua scelta era si di umiltà, ma anche di strategia personale. Mi ha detto che in questo momento rimanere nello staff della Mens Sana come un assistente di particolare significato – perché è chiaro che Matteo non è un assistente normale - con una persona di cui ha grande stima e che può venire qua a trasferire un po’ della sua conoscenza, rappresenta un grande stimolo. Quando ho avvertito queste parole qualunque dubbio è stato subito fugato”.

Quali sono quelle caratteristiche che cerca nei giocatori delle sue squadre?

“Devono avere voglia di giocare insieme, perché se non si gioca insieme non si raggiunge nessun obiettivo e quindi mentalmente c’è bisogno di grande disponibilità. L’altro elemento che cerco sempre è l’energia. Perché la pallacanestro è un gioco in cui gli errori ci sono, ma l’energia permette di rimediare ad alcuni e di nascondere altri. Se giochi senza energia qualunque errore ti punisce e non sei in grado di nasconderli. Quindi credo che l’altruismo e l’energia siano due elementi che a ogni giocatore della Mens Sana non dovranno mancare”.

11737827_650049818471889_5146325221939931765_n

Cosa ci dobbiamo aspettare dalla Mens Sana di Ramagli?

“Ci dobbiamo aspettare una squadra che deve combattere in questo campionato. Quest’anno saremo una squadra ‘rookie’, anche se molto particolari perché è un concetto che se associato alla Mens Sana sembra quasi un ossimoro. Siamo una squadra neopromossa che in questo momento può contare su un livello di risorse non altissimo e quindi dovremo combattere. Non possiamo assolutamente guardarci allo specchio o peccare di narcisismo, dobbiamo essere molto duri, molto cattivi e molto concreti”.

Quali sono le più grandi soddisfazioni e le più grandi delusioni che ha vissuto su un campo da basket?

“Aver riportato Pesaro in Serie A è stata una soddisfazione molto significativa. L’altra soddisfazione è stata quella di rivestire il ruolo di capo allenatore della Nazionale Under 18 per due europei. Quando porti in giro il nome dell’Italia non può che essere così. La più grande delusione senza dubbio l’ultima, perché per come la squadra si era espressa nella stagione, per quello che avevamo fatto e dimostrato non mi aspettavo di uscire dai playoff in questo modo”.

Ha sempre parlato di ‘Cacco’ Benvenuti come una delle figure a cui s’ispira, in che modo l’ha influenzata?

“Devo dire in molti aspetti. Intanto mi rivedo in lui dal punto di vista caratteriale e personale. E poi ‘Cacco’ è stato quello che ha tenuto in vita la scuola degli allenatori livornesi quando forse rischiava di cadere nel dimenticatoio. Ha dato a me, Banchi, De Raffaele e Dell’Agnello qualcosa che ognuno di noi conserva nel più profondo della nostra anima. Era una persona che davvero riusciva a trasferirti l’entusiasmo di essere un protagonista in questo sport. Lui è stato un maestro per tutti noi, una figura indimenticabile”.

Cosa l’ha spinta a diventare allenatore e cosa la motiva ancora oggi dopo tanti anni?

“Ho cominciato ad allenare nell’85, sono trent’anni. È stato un caso, giocavo a livello molto basso e il mio capo allenatore dell’epoca, quando smisi, mi chiese di dargli una mano. La passione per questo sport c’è stata da quando avevo dieci anni, è stato un colpo di fulmine, ma allenare invece è stata una casualità come il fatto che allenare sia diventata la mia professione”.

Ha già avuto i primi contatti coi tifosi nel giorno della presentazione, quali sono state le impressioni della piazza?

“Le impressioni sono quelle di un posto in cui non passi inosservato. Di un posto in cui questo sport non passa inosservato. Dove si vuole essere vicini, si vuole sapere, si vuole capire, si vuole che chi ti rappresenta porti il nome della città in alto con orgoglio e con le armi degli umili. Parlando coi tifosi ho visto che sono molto consapevoli che ci aspetta una stagione molto difficile, nessuno di loro pretende qualcosa di particolare a livello di risultato perché siamo la Mens Sana. Ma com’è giusto che sia pretendono che l’impegno e l’atteggiamento sia da giocatori della Mens Sana. Questa è la cosa che si avverte di più, il senso di appartenenza che è fortemente radicato in ognuno di loro, indipendentemente dal fatto che un anno si possa vincere lo scudetto o che si lotti per la salvezza”.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather