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Catenaccio mon amour

Alcune sere fa mi è capitato di guardare il Film “Pelè”, dedicato al celebre asso brasiliano. Nel film si racconta come, dopo la sconfitta ai mondiali del 1950, il Brasile, decida di abbandonare il proprio stile di gioco passando ad imitare quello europeo. La squadra però non raggiunge gli obbiettivi sperati e nessuno crede che possa mai vincere qualcosa. L’arrivo di Pelè coinciderà con il ritorno alle origini, allo stile tutto brasiliano della ginga (derivante dai balli degli schiavi africani, come la capoeira). In questo modo i brasiliani ritroveranno se stessi e dimostreranno a tutto il mondo la propria forza.

Ripensando a questa cosa mi sono chiesto se anche l’Italia non avesse un proprio stile che andasse al di là degli schemi tattici e delle varie generazioni di calciatori. La risposta è stata si, e quello stile si chiama “controgioco”, ma è meglio conosciuto come “gioco all’Italiana”.

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Cenni storici

Nonostante il nome italiano questo modulo è stato inventato nel 1932 dal tecnico austriaco del Servette Karl Rappan, che alle prese con una squadra dal valore tecnico tutto sommato modesto, decise di provare un sistema che evitasse debacle clamorose e compensasse le lacune tecniche dei giocatori. Allora il modulo più in voga era il “sistema” che prevedeva in difesa tre giocatori (due terzini ed un difensore centrale, detto stopper), generalmente impiegati in una marcatura uomo contro uomo. Alle prese col tentativo di rafforzare la difesa Rappan ebbe l’idea di togliere un mediano da centrocampo per affiancarlo alla linea dei difensori, rendendolo libero da qualsiasi compito di marcatura fissa. Il libero era infatti destinato ad eventuali raddoppi di marcatura, a recuperare i palloni eventualmente sfuggiti ai compagni di reparto e più in generale a fare da ultimo uomo tra la palla e la propria porta. Con questo spostamento prendeva corpo il modulo Verrou (in francese “catenaccio) che prevedeva in difesa l’impiego di quattro giocatori bloccati: il libero, i due terzini e lo stopper. A centrocampo il centromediano metodista rimaneva il fulcro del gioco e veniva coadiuvato dalle due mezzali che retrocedevano di 20/30 metri, mentre in attacco restavano i tre attaccanti: il centravanti e le due ali.

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Il nuovo modulo alla fine risultò di più facile applicazione rispetto al sistema e garantiva sicuramente maggiore copertura grazie alla difesa bloccata; la maggiore sicurezza andava però a scapito delle possibilità di costruzione del gioco, sicuramente diminuita a causa dell’inferiorità numerica a centrocampo e delle difficoltà del metodista che spesso si trovava di fronte due centrocampisti avversari. Ai mondiali del 1938 Rappan si trovò alla guida della nazionale elvetica. Con questa variazione del “sistema”, la modesta nazionale Svizzera ben figurò nel torneo eliminando la Germania al primo turno e arrivando fino ai quarti di finale, nei quali cedette all’Ungheria, futura finalista insieme all’Italia.

A fine anni ’40 fu Gipo Viani, allenatore della Salernitana, il primo a portare alla ribalta nel nostro il catenaccio, spinto come Rappan dalla necessita di ovviare alle mancanze tecniche degli uomini a sua disposizione. Ma a portare nell’elite del calcio e a dare al catenaccio la sua consacrazione fu l’allenatore dell’Inter Alfredo Foni, che vinse tra lo sdegno della critica, due scudetti nei primi anni ’50.

Nel decennio successivo il catenaccio era ormai diventato uno dei moduli più in voga in Italia e diverrà anche il sistema di gioco preferito da due grandi allenatori che domineranno le scene del calcio italiano ed europeo negli anni ’60: Nereo Rocco ed Helenio Herrera.

Nereo Rocco fu tra i primi insieme a Viani ad applicare il catenaccio in Italia fin dalla sua prima stagione come tecnico della Triestina. A Rocco si deve tra l’altro anche l’invenzione del libero “all’Italiana”, dove uno dei 4 difensori restava stabilmente dietro agli altri tre ed era libero appunto da marcature; Con questo accorgimento tattico ci sarà la definitiva consacrazione a livello europeo del catenaccio all’italiana. In realtà il Milan di Rocco era una squadra che manteneva comunque a livello offensivo una buona qualità di gioco complice anche la presenza in squadra di alcuni eccellenti giocatori, su tutti Rivera, anche se la disposizione tattica, una sorta di 1-3-3-3, era comunque improntata ad un rigido difensivismo.

Herrera invece adotta un meccanismo di gioco veramente cinico, senza concedere nulla allo spettacolo e cercando solo la vittoria. La versione herreriana del catenaccio prevedeva un mediano in marcatura a uomo (Tagnin o Bedin)in aggiunta ai tre difensori, col libero (Picchi) alle loro spalle. Una volta riconquistata la palla Suarez, il regista, lanciava immediatamente per i centrocampisti avanzati e per gli attaccanti, scavalcando il centrocampo avversario e prendendo il contropiede le difese.

Il risultato fu che a livello europeo Milan ed Inter dominarono gli anni ’60, con la conquista di scudetto, 4 Coppe dei Campioni e vari altri trofei internazionali. Ma a fine anni ’60, con la consacrazione del “calcio totale” olandese e del risveglio delle squadre inglesi, il modello italiano venne definitivamente superato.

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L’Italia e il Catenaccio

Per Pasolini: “Quello italiano è un calcio in prosa, basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato, il suo unico momento poetico è il contropiede”. Se il calcio rispecchia l’indole dei vari popoli, allora quello italiano è uno stile asciutto basato sul sudore e sul sacrificio.

L’essenza prima del catenaccio è il controgioco, da sempre il segreto impalpabile della scuola italiana. Il controgioco consiste nella capacità di sfruttare, quando l’andamento del gioco lo consente, gli spazi regalati dalla squadra avversaria, sbilanciata in avanti dall’offerta di gioco impiattata dallo schieramento difensivo azzurro. Controgioco vuol dire grande forza d’animo nell’aspettare l’urto nemico serrando le fila, robustezza atletica nel sopportare folate avversarie continue, capacità innata nel sapersi adagiare sulle situazioni di gioco impostate dagli altri, organizzazione precisa e tempestiva nell’allungare la squadra , tecnica eccellente nel padroneggiare il controllo di palla per procurarsi gli spazi, intelligenza sopraffina nel saper accelerare e rallentare i ritmi di gioco, grande elasticità e velocità nell’esecuzione dei movimenti e nelle scelte individuali. In questo modo si attacca di meno delle altre squadre , ma in modo più efficace e con più uomini. Il massimo del controgioco italiano è stato il catenaccio. Il catenaccio è chiudere la porta alle voglie altrui imponendo le proprie,ostruire gli spazi del campo per aprirne di nuovi, cedere terreno per occupare porzioni di campo strategicamente decisive, avere sempre a disposizione un serbatoio di energie sempre accessibile in qualsiasi momento.

Oltre al catenaccio mentale, il nostro calcio ha una caratteristica propria che non lo accomuna a nessun’altra espressione di gioco europeo o mondiale. L’atto di nascita dell’identità calcistica italiana lo si deve localizzare nelle province contadine del Nord-Ovest , la cui matrice di fondo era fatta di sacrificio ed esuberanza , semplicità e spirito combattivo, fatica agonistica e scaltrezza.

Altro elemento importante per il calcio italiano è il senso di squadra, del collettivo. Nelle squadre italiane i bisogni del gruppo hanno la priorità sulle esigenze dei singoli. In tutte le vittorie della nazionale italiana non emerge mai un solo calciatore su tutti e non vi sarà mai una nazionale che punta sulla trovata del singolo per uscire da situazioni complicate.

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Infine bisogna aggiungere che se nelle isole britanniche conta a volte più il combattere, in Spagna l’estetica, in Sud America lo spettacolo, nei paesi dell’est la purezza dei movimenti, in Italia da sempre è solo contato vincere ad ogni costo.

Speranze europee

Con la partita Belgio-Italia, si è risvegliato di nuovo lo stile mai sopito del calcio all’italiana, del catenaccio e del contropiede mortifero, della freddezza e del cinismo. Il Belgio, pavone, non ha capito che con quel suo modo do giocare si stava letteralmente buttando tra le braccia degli italiani, ai quali non è parso vero di infierire sull’ingenua nazionale di Wilmots.

Abbiamo rivisto per 90′, la nazionale del 2006, ma anche quelle del 1982 e del 1970. Un sottile filo rosso legava tutte queste squadre, la capacità di adattarsi alle situazioni, da considerarsi come prima vera essenza del catenaccio mentale e capace di marchiare nel tempo le nostre nazionali.

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