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MONTEPASCHI-BOLOGNA - MC INTYRE

Napoleone

PROLOGO

2 aprile 2009

Gara 4 dei playoff di Euroleague tra Mens Sana e Panathinaikos.

4 minuti e 40 alla fine della partita, il tabellone racconta una perfetta parità: 69-69.

Pekovic blocca per Spanoulis, poi con una velocità che non dovrebbe fisicamente appartenergli si gira e corre verso il canestro lasciando sul posto Eze. Il nigeriano rimonta, lo stoppa da dietro con un salto che sia per la distanza da cui stacca che per la spinta che genera ha ben poco di umano. La palla carambola sulla linea del tiro libero, la prende Terrell McIntyre.

Sugli spalti della gradinata sono seduto accanto a un amico. Quando il pallone finisce nelle mani del numero 5 alzo la voce per farmi sentire oltre il frastuono di un palazzo ancora eccitato per la stoppata:

Ora tira”.

“No dai, non può” mi risponde lui.

Il Pana è già tutto in difesa, Eze è rimasto indietro, probabilmente sconvolto da quello che ha appena fatto. McIntyre avanza.

“Ora tira”.

“È follia!”

C’è Spanoulis davanti a lui, basso sulle gambe come forse non è mai stato nella sua carriera.

“Ora tira” ripeto ancora.

“Non può!”

Raccoglie il palleggio. Si ferma in una frazione di secondo.

Lo fa!” mi accorgo che sto gridando.

Scattiamo tutti e due in piedi prima che il tiro parta.

McIntyre rilascia la palla, Spanoulis ha la mano a due centimetri dalla sua faccia.

Il pallone viene accolto dalla retina con uno schiaffo.

Urliamo come dei pazzi.

MONTEPASCHI-MONTEGRANARO-MC INTYRE

L’aneddoto qui sopra è uno dei ricordi più nitidi dei miei trascorsi al PalaSclavo. Dice molto di quello che c’è da sapere del rapporto che avevo con Terrell McIntyre, un rapporto che si può riassumere con una sola parola: Fede. Io credevo in Terrell McIntyre. Ciecamente e senza timore. Ognuno ha le sue religioni del resto. Sapevo perfettamente che se la palla era nelle sue mani tutto sarebbe finito bene, una sensazione che non ho mai più provato in vita mia osservando altri giocatori.

SLIDING DOORS

McIntyre era la guida. McIntyre era l’esempio da seguire in campo. Era l’uomo su cui riporre le speranze quando di speranze ce n’erano rimaste poche. Era il braccio armato della Mens Sana, il pericolo numero uno per tutte le difese avversarie. Facciamo parlare un po’ di freddi numeri sulle sue quattro stagioni a Siena:

13.15 punti, 4.6 assist, 49.8% da due, 40.1% da tre in campionato.

14.5 punti, 4.8 assist, 54.2% da due, 40.3% da tre in Euroleague.

Due volte Mvp del campionato (2007 e 2009), tre volte Mvp delle finali (2008, 2009, 2010, quest’ultima un po’ stiracchiata col famoso trasporto di peso di Sato sul palco della premiazione).

Tutto semplicissimo
Tutto semplicissimo

Cifre incredibili se consideriamo la costanza di rendimento in quella che a regola doveva essere la fase calante della sua carriera. Cifre che sono state vicine a non realizzarsi mai se nell’estate del 2006 tutto fosse andato secondo i piani. Dopo due anni di delusioni più o meno cocenti infatti la squadra in Viale Sclavo fu completamente rifondata. Il tassello più importante, quello da cui sarebbero scaturite le decisioni per tutto il resto, era il playmaker titolare. L’obiettivo era uno: Willie Solomon. Ex Clemson (proprio come McIntyre) e molto più quotato a livello europeo, arrivò a un passo dalla firma, prima però che cominciassero a suonare le sirene del Fenerbahce, a un volume tale che Siena non poté mai uguagliare. Da quel momento scattò il piano B, ovvero puntare quel play di stazza ridotta proveniente da una grande stagione a Reggio Emilia, quando con il suo 10/10 da tre punti in diretta Sky contro la Virtus Bologna si era catapultato di prepotenza alla ribalta nazionale.

Ora come ora è facile pensare che quello fu un ingaggio di livello. La verità però è che McIntyre veniva da una buona stagione in quel di Reggio, preceduta da tanta gavetta in A2. Per di più arrivava a Siena a 28 anni e l’ipotesi che avesse già fatto vedere il massimo del suo potenziale era quantomeno fondata. In realtà aveva solo cominciato a far intravedere quello che avrebbe potuto fare su un campo da basket.

CONTRO LA FISICA

MONTEPASCHI-LOTTOMATICA -

Se sei alto 1.75 (ufficialmente, il che lascia spazio all’interpretazione…) hai ben poche speranze di giocare a basket da professionista, figuriamoci poi ad alto livello. Questo semplice ragionamento logico però non era facilmente associabile a McIntyre.

Sono sempre stato il più piccolo, quando avevo 8-9 anni giocavo coi miei cugini e i miei amici, loro di 12-13 anni. Ho sempre avuto qualcuno di più grande, alto o grosso con cui confrontarmi. Per farmi accettare dovevo dimostrare loro di essere il migliore. Poi aspettavo che si facesse avanti il prossimo“.

Anche nelle sue annate lontane da Siena l’ex Clemson era veloce, con visione di gioco, in grado di crearsi il tiro dal palleggio e di attaccare il ferro con una caparbietà apparentemente illogica. Al tutto univa il suo micidiale tiro da tre punti. Doti che furono notate da Jean-Denys Choulet,  allenatore per undici anni del Roanne, ora allo Chalon-Sur-Saône ma a quei tempi coach a Gravelines-Dunquerke. Choulet è sempre stato rinomato per il talento nello scovare e lanciare giocatori, come Jerry McCullough e Marques Green. La prima lontana da casa però fu un’annata particolarmente difficile, Terrell contava i giorni che mancavano al ritorno a casa, anche perché un infortunio al piede lo tenne fuori per quasi tutta la stagione. Il rientro però fu pirotecnico: quando Terrell ritornò in campo, a una decina di giornata dalla fine, la sua squadra era in zona retrocessione. Con 18.9 punti a partita, il 35% da tre punti e l’89% ai liberi McIntyre trascinò di peso la piazza alla salvezza, regalando ai tifosi una delle annate più memorabili.

Numeri che ripeté nell’anno in Germania, prima di tornare a casa, a Fayetteville per tenere a battesimo la neonata franchigia NBDL: “Ci feci due stagioni, in una arrivammo alla finale persa contro Mobile. Ero a casa mia, potevo aiutare la famiglia, divisi quegli anni con giocatori e poi buoni amici come Omar Cook e Jason Capel“. Arrivò a un passo dallo sbarcare in Nba, con gli Hornets, prima che venisse tagliato a pochi giorni dall’inizio della stagione. Si spalancarono le porte italiane, con Ferrara pronta ad approfittarne.

La carriera di Terrell prima dell’arrivo a Siena è costellata di piccoli e continui passi avanti: a Ferrara trovò il posto ideale per ambientarsi in Italia, a Capo d’Orlando l’ambizione di chi puntava alla Serie A, a Reggio Emilia il gruppo giusto per arrivare ai playoff. Terrell fece così bene da attirare le attenzioni del Real Madrid, che a metà 2006 lo contattarono causa infortuni dei propri titolari, ma alla fine non se ne fece niente.

Una carriera in progressione costante, ma che doveva essere messa alla prova in una piazza importante.

Le prime due partite di McIntyre al PalaSclavo furono risolte sulla sirena da due suoi tiri per la vittoria: la prima volta contro Teramo, la seconda inventandosi un tiro impossibile da fermo e in acrobazia contro Napoli alla fine del tempo supplementare (ok, forse era passi, ma dopo quasi dieci anni possiamo sorvolare). Un discreto biglietto da visita per un giocatore su cui c’erano molti dubbi alla vigilia della stagione, che già cominciava con il caso Baxter a tenere banco.

Manuale pratico: come non difendere su McIntyre
Il terrore quando sai che il piccoletto davanti può farti tutto quello che vuole e non puoi impedirglielo
Digressione: Lonny Baxter si è ritirato e sta muovendo i primi timidi e dubbiosi passi come coach. Nel frattempo sta riflettendo se finire l’università e laurearsi, indovinate in cosa? Esatto: in Legge. Non è un mondo bellissimo?

In una squadra con tutte le caratteristiche per rivelarsi disfunzionale come l’incarnazione precedente McIntyre era la chiave di volta assieme al ritrovato Stonerook. Da lui partiva quel pick and roll che assieme a Eze diventerà velocemente letale, lui era la certezza da affiancare all’incertezza dell’estro di Forte, lui era il meccanismo d’innesco per quell’arma di distruzione di massa a nome Kaukenas, lui era quello che attirava le attenzioni delle difese per poi rendersi pericoloso in decine di modi differenti: se passavi sotto il blocco era tripla, se passavi sopra rischiavi sul roll di Eze o sui passaggi per gli altri compagni (la visione di McIntyre sul parquet era spaventosa). Un cubo di Rubik di cui nessuno ha trovato mai la soluzione in quelle quattro stagioni.

GUERNICA

MONTEPASCHI-CANTU -MC INTYRE

Dopo le prime due partite abbiamo dovuto cambiare strategia difensiva. Lo abbiamo aggredito a tutto campo, cercando di anticiparlo già sulle rimesse da fondocampo. L’obiettivo era tenerlo lontano dalla palla. Abbiamo usato Batiste e Hatzivrettas per raddoppiarlo in mondo da ostruirgli la visuale. Nonostante questo è riuscito a prendersi dei tiri con grande rapidità d’esecuzione. Bravo lui

Zeljko Obradovic

Siamo partiti parlando dei playoff del 2009 tra la Mens Sana e il Panathinaikos e lì dobbiamo ritornare. Quella serie di quattro partite T-Mac la chiuse a 35 punti e 37 di valutazione di media. Quella serie però fu anche la Guernica di McIntyre: un capolavoro frutto della frustrazione e dell’impotenza davanti all’inevitabile. Un capolavoro da consegnare ai posteri come testimonianza di un’epoca. Il numero cinque fu trascendentale contro una delle squadre che siede di diritto al tavolo tra le più forti di tutti i tempi: Diamantidis, Jasikevicius, Spanoulis, Batiste, Pekovic, Nicholas e Fotsis tutti all’apice della loro carriera e allenati da Obradovic. Troppo per chiunque. Eppure quella Mens Sana spaventò il Pana in gara 1 in un’ambiente che definire ostile sarebbe un eufemismo, vinse all’Oaka in gara 2, salvo essere travolta in gara 3 e giocarsela fino agli ultimi minuti della già citata gara 4.

Per avere un’idea di che livello di considerazione avesse raggiunto McIntyre in quel periodo possiamo scomodare Jasikevicius e la sua biografia scritta assieme a Pietro Scibetta (“Vincere non basta” se non l’avete già sul comodino dovreste provvedere alla svelta):

“Poi c’era Spanoulis e la sua smania di competere. ‘Voglio strappare la palla a McIntyre!’ disse. Sapevamo che Terrell stava giocando ad altissimo livello, era uno dei playmaker più forti in circolazione e Vassilis lo aspettava al varco. Il senese segnò i suoi punti, ma vincemmo noi (…) Vincere due volte in tre giorni a Siena era una grande impresa. Noi ce l’avevamo fatta. Avevamo visto giusto: eravamo veramente i più forti”.

Chiunque abbia assistito a quella serie ha stampato a caratteri indelebili nella mente ciò che quelle due squadre fecero in campo. Partite incredibili sempre giocate sul filo dell’equilibrio tranne che per la sola gara 3. Il basket europeo al suo meglio.

IL DOLORE

MONTEPASCHI-BOLOGNA - MC INTYRE

È un buon difensore, ha una struttura fisica solida. O gli tiri sopra la testa o fai fatica. Con McIntyre l’idea è sempre quella di mandarlo nel traffico, ma la sua massima pericolosità la raggiunge quando gioca il pick and roll in transizione: è lì che la sua percentuale da tre raggiunge l’apice

Ettore Messina

Una persona può andare contro la logica fino a un certo punto. Dopodiché arriva qualcuno o qualcosa a presentarti il conto. Il fisico di McIntyre negli anni senesi è stato messo a dura prova da scontri, contatti e sfide contro giocatori tutti con un tonnellaggio in media doppio rispetto a lui, alla fine ha ceduto. Dopo l’addio a Siena da eroe con l’Mvp delle finali 2010 in mano e l’approdo a Malaga niente è più stato lo stesso.

Tutto semplice no?
Tutto semplicissimo, parte 2

Non è un mistero che per monetizzare il proprio status McIntyre avrebbe dovuto lasciare Siena almeno un anno prima; questo non è successo, sia per volontà del club che sua. Alla fine però si è dovuto accontentare di una squadra di medio livello europeo, arrivandoci in condizioni che non gli permettevano più d’esprimersi, anche se lasciando qualche bel ricordo. Prima è arrivato l’infortunio al piede destro, poi i problemi all’anca che sono cominciati poco dopo. Con l’arrivo a Bologna sono peggiorati esponenzialmente e, pur permettendogli qualche breve sprazzo, non l’hanno più abbandonato. Come Bonaparte anche McIntyre era un generale dal passato glorioso, sballottato da una parte all’altra d’Europa e seguito dal ricordo dei tempi che furono.

Alla fine il ritiro è diventato inevitabile.

Ancora oggi Terrel deve fare i conti col persistente dolore all’anca, con cui riesce a convivere solo grazie alla ginnastica quotidiana. Prima o poi un’operazione sarà inevitabile ma intanto prova a fare i conti con quel futuro che preoccupa ogni ex atleta. Con la figlioletta Siena che ormai ha sette anni e il più giovane Emory di 3, McIntyre ha deciso che era ora di tornare sui banchi di scuola e concludere il percorso di studi che aveva interrotto per costruire la sua carriera nella pallacanestro. Ad agosto ha dato gli ultimi esami e ha portato la sua famiglia a Clemson per la cerimonia di laurea. Lo stesso college che dal 1995 al 1999 aveva portato così in alto da fargli meritare l’ingresso nell’Hall of Fame dell’ateneo nel 2007, gli ha quindi consegnato l’ennesimo riconoscimento.

Mentre McIntyre pensa al futuro a Siena ci sarà sempre una canotta numero 5 attaccata al soffitto del palazzetto a ricordare un passato che non si può cancellare.

(Un enorme ringraziamento a Paolo Lazzeroni per le foto)

Alla prossima.

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Cosa resterà della Mens Sana Basket?

Il 27 giugno uscendo dal Forum di Assago e osservando dal finestrino della macchina la pioggia che cominciava a bagnare Milano mi ero fatto questa domanda:

Cosa resterà della Mens Sana Basket?

Le premesse erano quelle che erano, sapevamo già che lo staff tecnico della prima squadra e delle giovanili sarebbe stato azzerato, che i giocatori sarebbero giustamente volati in altri lidi e che una grossa parte della dirigenza sarebbe stata ‘impegnata‘ in processi vari. Sapevamo già che qualcosa sarebbe rinato, non sapevamo come e in che modo, navigavamo a vista e ogni giorno quella domanda mi ritornava in mente. Non sono mai stato preoccupato di non poter rivedere grandi vittorie, Euroleghe e via dicendo (non mi interessano particolarmente), la cosa che mi preoccupava di più era la possibile scomparsa di quello che negli anni ha preso vari nomi ma che alla fine si può riassumere in “spirito Mens Sana“.

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Non sto parlando di cose astratte, chiunque abbia visto una partita della Mens Sana negli ultimi otto anni sa di cosa parlo. Parlo di una complicatissima chimica di gruppo elaborata nel tempo e in grado di sopravvivere al ruotare dei suoi interpreti. Una disciplina lavorativa che non ha avuto e difficilmente avrà mai eguali. Roba di giocatori fatti e finiti ridotti in lacrime durante i primi allenamenti in Viale Sclavo o di compagni che attaccano al muro altri compagni per spiegargli dove sono finiti. Non si parla di una cosa che si può improvvisare dalla mattina alla sera e in Viale Sclavo ci sono voluti anni per raggiungere un tale livello di maniacale perfezione lavorativa.

Ho usato tante parole per provare a spiegarmi, la realtà è che la perfetta definizione di tutto questo l’ha data un tal altoatesino non troppo tempo fa.

 

La possibile scomparsa di questo spirito, o di quest’etica se preferite, mi terrorizzava. Per molti può essere un dettaglio, un inutile dettaglio che non conta nulla. Ma per me non è così. Quello spirito ci ha consegnato la serie finale emotivamente più bella e più intensa mai vista in Viale Sclavo, a prescindere dalla conclusione. Senza quello spirito tanti ricordi che abbiamo stampati nelle nostre menti non ci sarebbero mai stati (i primi che mi vengono in mente senza pensarci e senza un ordine preciso: la serie playoff vinta contro l’Olympiacos, i tre supplementari contro Roma, la serie di semifinale contro Varese del 2013, praticamente metà dell’ultimo anno).

Ecco perchè non stiamo parlando di qualcosa di secondario. Parliamo di uno dei motivi principali per cui il tifoso Mens Sana abbia goduto così tanto nell’ultima decade, prima del crollo. Un qualcosa di non replicabile in laboratorio perchè forgiato attraverso tante, tante, tante sconfitte (una papabile data di nascita ufficiale potrebbe facilmente essere la semifinale di Coppa Italia contro Treviso del 2007, ma prima erano stati piantati tanti semi).

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Quando si parla di quello che è stato fatto alla Mens Sana Basket, quello che la società ha subito, quello che l’ambiente e i suoi tifosi hanno subito, spesso ci dimentichiamo questo. Nel guado che abbiamo attraversato quest’estate è stato perso un bagaglio tecnico e di conoscenze incredibile. Uno spirito che veniva tramandato oralmente dai suoi interpreti come un mantra; uno spirito che ha subito innumerevoli tentativi di imitazione, innesto e plagio senza che neanche uno di questi attecchisse. Il motivo di questi fallimenti è che quest’idea si poggiava su un equilibrio delicatissimo composto da innumerevoli fattori, tra cui lo stesso pubblico della Mens Sana. Non è un caso che questo spirito, infine, fosse diventato identificativo di un popolo, del suo sentirsi unico e diverso da chi ha attorno ma allo stesso tempo caloroso e accogliente.

E’ ingiusto e inutile gettare un tale peso addosso a un gruppo come quello adesso a lavoro in Viale Sclavo. Un gruppo che sta facendo ottime cose e che ha ricompattato un’ambiente mettendosi al lavoro con grande umiltà e comprendendo bene in quale realtà fosse arrivato. Rimane però per me il rischio che nel revisionismo in corso in questi mesi vada perso il ricordo di quello che era stato fatto di buono, anzi di eccezionale.

C’era tanto bene nella Mens Sana Basket, ed è ingiusto che rischi di venire oscurato dal male che aveva attorno e dentro di sè. E’ troppo presto per dire cosa resterà di tutto quello che abbiamo visto e ammirato per tanti anni, la mia speranza è solo che quello spirito continui ad aleggiare attorno al PalaSclavo.

Alla prossima.

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