Tagged Rimas Kaukenas

527502_350997104953451_745828682_n

Cyborg

Vorrei poter rubare il suo approccio al basket. Che sia una partita, un allenamento, un semplice shootaround, Rimas viene giù sempre per dare il 100%, con un atteggiamento semplicemente meraviglioso. Se avessi questo approccio sarei due volte il giocatore che sono ora”.

Joseph Forte, 2007

Vi siete mai fermati a chiedervi come mai seguite uno sport?

Se ci pensate bene chi ve lo fa fare? Spesso si tratta di spendere soldi, investire tempo ed energie, sviluppare malumori, frustrazioni, rabbia, tristezza, disperazione. Guardiamoci in faccia, quasi sempre c’è più da perderci che da guadagnarci, e lo sappiamo benissimo.

Allora perché lo facciamo?

Non posso parlare a nome di tutti, posso parlare solo per me. Io lo faccio per le storie. Sono convinto che spesso e volentieri lo sport ci regali storie meravigliose, in grado di emozionare come poche altre cose. Credo sia per come le gesta sportive riescano a ricalcare la vita, le sue difficoltà, le sue gioie e i suoi dolori.

Da questo punto di vista la carriera di Kaukenas è stata una perla rara. Una di quelle esperienze da conservare e tramandare, come insegnamento di cosa può fare un uomo, se accompagnato dalla giusta motivazione.

Forse voglio giocare anche di più, perché ho fame, mi godo entrare in campo, allenarmi, restare dopo l’allenamento, fare extra tiri, fare tutto con la squadra… scherzare… tutto. Mi mancava tanto… Non so quanto questo mi dia soddisfazione, ma giocare mi brucia dentro”.

 524337_335604093159419_780418930_n

Eppure a vederlo non si direbbe. Kaukenas non ha mai avuto il classico aspetto della persona destinata a lasciare un segno nel prossimo. Con quell’aria rigida, austera, quell’acconciatura che nel corso di più di un decennio è sempre rimasta uguale, senza mai nemmeno una volta un capello fuori posto, come se fossero tutti un’estensione metallica del corpo. In realtà Rimas è sempre stato molto differente da come appariva. Faceva parte di quella classe lituana che non aveva quasi nulla a che vedere con quella che l’aveva preceduta. Invece di essere un freddo calcolatore, come gli stereotipi avrebbero voluto, lui in campo si agitava, urlava, si esaltava e disperava. Un po’ come Jasikevicius, suo compagno in Nazionale, stesso incubo per chi gli passava vicino. Viveva la partita, la pallacanestro in generale, come una guerra personale. Contro tutti. Contro gli avversari, contro gli arbitri, contro gli stessi compagni di squadra quando non rispettavano le sue aspettative.

F U O C O   D E N T R O
“Mi brucia dentro”

Ammettiamolo: Rimas in campo era un rompicoglioni.

E allora come mai ci siamo tutti così affezionati a lui? Non è per i punti (sempre tanti comunque, in ogni stagione), né per le vittorie raggiunte insieme.

È perché è caduto.

Ossessione

1656012_622648361121656_491083452_n

Spero veramente che i nostri figli imparino ad apprezzare le cose, apprezzare i valori della famiglia, ed anche le cose materiali. Che crescano nel rispetto della loro famiglia, che capiscano che questa è la cosa più importante e che un giorno magari, guardando indietro, possano dire grazie ai genitori per aver imparato come apprezzare i veri valori della vita”.

Come tanti della sua generazione Kaukenas ha sempre saputo dare la giusta importanza a ciò che aveva raggiunto nella vita. Succede quando da piccolo sei costretto a fare due ore e mezzo nella neve per andare ad allenarti a Vilnius, coi militari asserragliati nella capitale. “Il basket era l’unico modo per sentirsi vivi”.

Sono innumerevoli i giocatori per cui il basket ha rappresentato un’ancora di salvezza, ma per pochissimi ha assunto i contorni di un’esperienza così totalizzante come per Rimas. “Ho iniziato a giocare quando avevo 6-7 anni, mio fratello aveva iniziato prima. Non so per quanti anni ho provato a vincere contro di lui in uno contro uno, ci sono riuscito solo a dodici anni. Nel frattempo però andavo agli allenamenti come se fossero la cosa più bella per me. È sempre stato così. La cosa più bella nella vita, non guardavo la televisione, non andavo in giro, il basket era tutto”.

Si vive e si muore sul campo da basket. Tutto per una vittoria in più e una sconfitta in meno. È così che si spiega come un 39enne che in carriera ha vinto quasi tutto si ritrovi in lacrime per una finale persa a gara 7. Come abbia trovato per così tanto tempo le motivazioni per andare avanti, nonostante un fisico che aveva chiesto dazio più e più volte.

Un professionista incredibile che si è votato alla causa e che dalla causa ha ricevuto innumerevoli soddisfazioni, questo era Kaukenas. Ma era anche altro, lo è diventato senza volerlo.

Perchè quando è caduto per la prima volta siamo entrati tutti in empatia con quel giocatore che sembrava una macchina inarrestabile, quasi un generatore automatico di punti. Rimas cadde e in quella caduta c’era così tanto delle vite di tutti. La disperazione, le lacrime, la paura. Ma anche la determinazione, la consapevolezza che con la giusta forza di volontà tutto è possibile. E quando contro ogni pronostico lo rivedemmo di nuovo in campo non fu la sua impresa, fu l’impresa di tutti.

La pulizia tecnica. La perfezione. La bellezza. Chiamatela come volete...
La pulizia tecnica. La perfezione. La bellezza. Chiamatela come volete…

Poi, quando tutto sembrava perfetto, cadde di nuovo. E questa volta fece ancora più male, ancora più paura. Perché la vita è così, ti spinge a terra e ti tiene lì se glielo permetti.

Fu molto più difficile, c’erano dettagli che solo i dottori possono spiegare… E poi mio padre non stava bene… andavo in Lituania a vederlo… E alla fine… Non parliamo di questo… Ma non era facile. Soprattutto quando devi essere sempre forte, non puoi mostrare alla tua famiglia… a tua madre… di essere debole. Devi essere forte, dimostrare che è tutto ok…

Ancora una volta eravamo lì a soffrire con lui, che si auto esiliava alla porta degli spogliatoi durante le partite, come se non riuscisse nemmeno a sopportare la vicinanza al campo se non poteva esserne il protagonista.

Resto lì perché per il mio ginocchio è più sicuro e poi alla fine quando quattro anni fa ho iniziato a fare così la squadra vinceva e allora non voglio cambiare approccio. Sto dietro al vetro, la squadra vince… Va bene così”.

Siamo stati testimoni di due imprese incredibili, due imprese che ci hanno lasciato un segno addosso. Lo so bene che anche voi ogni volta che Rimas subiva un contatto e finiva a terra sentivate una morsa allo stomaco. So anche che quando ha annunciato il suo ritiro, pochi giorni fa, avete provato quella tristezza che accompagna l’addio di un amico, la fine di un’era.

Golden State non ha inventato nulla
Golden State non ha inventato nulla

Proprio perché sembrava così invulnerabile e perfetto le sue cadute lo hanno reso qualcosa di più di un ‘semplice’ campione. Lo hanno reso parte delle nostre vite.

Per questo, e molto altro, grazie Rimas.

Alla prossima.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather